Postazione di lavoro della #perlera/èr# per la creazione di perle a lume, STRUMENTI E ACCESSORI/ ARTIGIANALI by Sito, Salvatore, Furian, Sandro

https://w3id.org/arco/resource/DemoEthnoAnthropologicalHeritage/0500736811 an entity of type: DemoEthnoAnthropologicalHeritage

Postazione di lavoro della #perlera/èr# per la creazione di perle a lume, bene complesso/ insieme
Postazione di lavoro della #perlera/èr# per la creazione di perle a lume, STRUMENTI E ACCESSORI/ ARTIGIANALI by Sito, Salvatore, Furian, Sandro 
Postazione di lavoro della #perlera/èr# per la creazione di perle a lume, STRUMENTI E ACCESSORI/ ARTIGIANALI di Sito, Salvatore, Furian, Sandro 
La postazione per la creazione delle perle a lume presente all’interno del laboratorio S.U.V. consiste, innanzitutto, in una porzione facente parte di un lungo tavolo di legno rivestito in acciaio che corre lungo le due pareti della stanza adibita alla realizzazione delle perle a lume. Nel dettaglio sono presenti sette postazioni in totale, quattro disposte sul lato della specifica postazione oggetto di catalogazione (identificata con il n.3), e tre sulla parete opposta. Il lungo tavolo è suddiviso in postazioni di ca. 190 cm l’una, in modo da consentire alle diverse #perlere# di non intralciarsi l’una con l’altra quando, lavorando, impugnano la bacchetta di vetro (che può avere una lunghezza massima di ca. 110 cm). Gli oggetti e gli strumenti che compongono questo spazio di lavoro sono innumerevoli e la loro diposizione e organizzazione dipende dalle singole esigenze della #perlera#. Tuttavia, è possibile evidenziare una serie di elementi ricorrenti e diposizioni condivise. La postazione prevede una sedia, spesso un poggiapiedi per maggior comodità e un tavolino aggiuntivo sulla destra per avere più spazio di appoggio. Distintivo è la protezione che si trova tra la #perlera# e la fiamma: un telaio di legno con un vetro temperato denominato #specio#. Permette di vedere e controllare tutta la lavorazione proteggendo viso e busto. A sinistra della seduta, si trova un contenitore con materiale ignifugo, la vermiculite, detto #scoassera#, per raffreddare le perle realizzate, e i tondini in rame cavo, detto #rame# in gergo, che vengono impugnati proprio dalla mano sinistra e intorno ai quali si deve avvolgere il vetro rammollito per creare la perla. Sul tavolo è presente una piccola bocchetta da cui esce aria, #soffietto#, che può essere aperta o chiusa da una specie di bullone: serve per raffreddare la perla, se necessario. Sempre a sinistra è presente una zona rialzata da un mattone e sopra ad un vetro cristallo si possono trovare i libretti di foglia oro o argento usati per alcune tipologie di perle. In questa postazione può essere presente, sempre a sinistra della seduta, una cassettina in legno dove si raccolgono le perle raffreddate. Alla destra della #perlera# si trovano usualmente le materie prime che dovrà utilizzare: le #canne# (bacchette di vetro di vario colore), le #vette# (sottili fili di vetro per decorare infilate in contenitori anche improvvisati come vecchi barattoli di passata), eventuali sezioni di canna murrina in diverse ciotole, gli strumenti per modellare e altri strumenti come i prolungatori #ciapacanne#, tubicini di rame da riutilizzare, etc.. Anche questi strumenti possono essere raccolti in vasetti e contenitori di vario genere. Sempre a destra il contenitore con l’acqua per raffreddare, in questo caso con il numero 3 scritto sopra, che identifica la postazione. È presente, inoltre, un supporto scanalato in metallo dove è possibile appoggiare le #canne# e gli strumenti durante le fasi di lavorazione (spesso il porta #canne# è chiamato #arsinèo#). In questa specifica postazione, le #canne# si posizionano anche longitudinalmente al banco dietro la zona di rammollimento, ma sempre abbastanza vicino al fuoco per tenerle in temperatura, mentre altre, da utilizzare in un secondo tempo della giornata, si trovano trasversalmente sulla sinistra, vicino alla #scoassera#. Di fonte alla seduta, dietro allo #specio#, vi è la zona di rammollimento, il punto “caldo” della postazione, detto a volte #forneo#. La zona in questo caso è composta principalmente da un Becco Bunsen, o cannello, #caneo# o #machineta del fogo#: è un bruciatore dotato di valvole che brucia un flusso continuo di gas senza rischio che la fiamma abbia un ritorno nel tubo. La fiamma, #fogo#, del cannello, nel laboratorio S.U.V., è alimentata da gas metano e aria (quest’ultima immessa da un motore che copre tutte le postazioni). Proprio al di sopra del cannello vi è una piccola lastra di ferro quadrangolare, utilizzata nella lavorazione per modellare, arrotondare, sistemare le perle a mano libera detta anche #bronzin# (elemento opzionale presente però in tutte le postazioni del laboratorio S.U.V.). Per completare la zona di rammollimento, davanti al cannello viene posizionata una mezzaluna in pietra refrattaria #piera#, ed eventualmente altri pezzi di pietra refrattaria o metallo o materie prime come sezioni di #canna# murrina a formare una specie di ellisse. Al di sotto due pietre refrattarie una sopra l’altra e una lastra in ferro, #piato de fero#, delimita visivamente la zona e funge idealmente da spartiacque tra lato destro e sinistro. Alle spalle della mezzaluna un mattone sempre in pietra refrattaria e una mezzaluna di dimensioni più piccole (in caso di necessità). Sopra la postazione si trova un tubo di aspirazione e una rastrelliera a muro, attaccata frontalmente, dove vengono riposti gli innumerevoli strumenti per modellare, di solito divisi per tipologia con i loro vari calibri 
Postazione di lavoro della #perlera/èr# per la creazione di perle a lume (bene complesso/ insieme) 
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Postazione di lavoro per la creazione di perle a lume/ Cannello o Becco Bunsen ; Postazione di lavoro per la creazione di perle a lume/ Pietra refrattaria ; Postazione di lavoro per la creazione di perle a lume/ Tondino di rame cavo ; Postazione di lavoro per la creazione di perle a lume/ Telaio con vetro di protezione ; Postazione di lavoro per la creazione di perle a lume/ Contenitore materiale ignifugo ; Postazione di lavoro per la creazione di perle a lume/ Contenitore acqua ; Postazione di lavoro per la creazione di perle a lume/ Pinza piatta ; Postazione di lavoro per la creazione di perle a lume/ Strumento per le estremità delle perle ; Postazione di lavoro per la creazione di perle a lume/ Prolungatore a molletta ; Postazione di lavoro per la creazione di perle a lume/ Prolungatore appuntito ; Postazione di lavoro per la creazione di perle a lume/ Pinza per forma sferica 
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Il bene in esame è direttamente collegato alla figura professionale della #perlera/èr#: quest’ultima, grazie ai saperi, abilità, pratiche incorporate apprese e consolidate nel tempo, crea artigianalmente le perle di vetro. La perla in sé, la cui attestazione risale già dall’Età del Bronzo, presenta molti e significativi aspetti, basti pensare al suo ruolo economico in diversi contesti, ai possibili impieghi come ornamento, come simbolo di status, al suo ruolo in riti di passaggio o in rituali apotropaici, solo per citare alcuni esempi. In questa sede però appare opportuno, più che soffermarsi sul manufatto o approfondire come e quando la millenaria tradizione della lavorazione del vetro giunse e si sviluppò a Venezia (il più antico documento attestante la produzione in città è datato 983 d.C.), ricostruire, seppur brevemente, la storia di questa peculiare figura professionale. Confrontando diverse fonti scritte, si evidenzia l’esistenza di alcuni precorritori. Innanzitutto, coloro che fabbricavano i cosiddetti “veriselli” o #verixélli#, termine usato per indicare gemme in vetro ad imitazione di quelle vere molto usati alla fine del Medioevo. Nel 1319, questi oggetti sono esplicitamente citati nel Capitolare dell’“Arte delli Christallieri”, ma le fonti concordano nel ritenere che sicuramente la loro produzione fosse ben attestata a Venezia già negli anni precedenti. Oltre ai #verixélli# producevano anche i cosiddetti #paternostri# che in veneziano indicano i grani del rosario e i loro creatori erano definiti #paternostrèri#. Si segnala che l’abilità nella creazione di perle di vetro a imitazione di pietre naturali era tale che la Serenissima predispose articolate regole e controlli nella commercializzazione delle suddette perle sul suo territorio, in particolare se accompagnate da montature in oro. Vi era però anche una seconda categoria di progenitori: i “cristallieri”, quest’ultimi, per creare i grani, lavoravano a freddo, attraverso molatura di cilindretti di #canna# di vetro forata, mentre i #paternostrèri# lavoravano i cilindretti a caldo. Nel 1511 l’“Arte dei paternostrèri” viene inclusa e aggiunta a quella dei “cristallieri” che diventa “Arte delli Christallieri et Paternostèri”. È noto che durante tutto il Cinquecento la richiesta di perle di vetro divenne altissima, a causa dell’espansione coloniale con l’apertura di nuovi e vasti mercati come, ad esempio, verso le Americhe e l’Africa. Intanto si fa strada a Murano la produzione di una nuova tipologia di #paternostri#, più piccoli, creati da #canna# forata e lavorate a “ferazza” o “feraccia”. In commercio si potevano quindi trovare perle create con gli #spei da paternostri#, bastoncini in cui infilare cilindretti di #canna# forata per arroventarla a caldo, perle create da canna forata sezionata e molata (come, ad esempio, la perla rosetta) o perle create a #ferace# dove i cilindretti di #canna# forata venivano sottoposti a un complesso e lungo procedimento per creare le cosiddette #margaritine#, cioè perline molto piccole, simili a semi (oggi note come #conterie#). Questo procedimento di lavorazione resterà pressoché invariato fino all’introduzione, nel 1817, di nuovi metodi. Tornando alla nascente produzione di #margaritine#, quest’ultima si afferma a tal punto che nel 1683 si istituisce ufficialmente l’“Arte dei Margaritéri” con un loro statuto. Come già accennato, per creare le perle, ci si serviva, come materia prima, di bacchette di vetro, #canne# forate e poi tagliate in cilindretti. La dinamicità dei saperi e il fermento creativo del periodo ispirarono una importante novità. Nel tempo ci si rese conto che l’uso di una #canna# di vetro compatta, piena, era molto più consona a essere rammollita al fuoco e poi avvolta. Questa tecnica consentiva la realizzazione di innumerevoli tipologie di perle. Pur non esistendo una data certa sulla nascita di tale tecnica, molti storici affermano che probabilmente si sviluppò verso la fine del Cinquecento. Questo procedimento consisteva nel lavorare a lume, ovvero avvalendosi di una lucerna alimentata da grasso animale e immettendo aria con un mantice e gli artigiani che la utilizzavano vennero denominati #suppialùme#. La prima fonte scritta di questa denominazione è datata 1612 e non avevano una loro corporazione: se all’inizio facevano parte dei #paternostrèri#, verso la metà del Seicento nasce la “Mariegola dei Suppialùme”. Un altro aspetto interessante che emerge dalle fonti storiche è che i #suppialùme#, potevano benissimo lavorare da casa, allestendo facilmente una postazione di lavoro. Nel frattempo inizia gradualmente ad affermarsi una nuova denominazione per questa figura professionale che lavora davanti a una lampada: il #perlèr#. Nel 1670 il passaggio è completato con l’istituzione dell’“Arte dei Perleri”. I #paternostrèri# e i #perleri# continuavano però a condividere i medesimi privilegi (forme di tutela da parte della Repubblica di Venezia). Le fonti indicano che questo proliferare di termini e di relative dispute su chi produceva cosa e come, perdurò fino al 1764 circa quando un documento ufficiale fece chiarezza su alcune nomenclature: il vetraio lavora in fornace, i #margaritèri# a #ferace#, i #perleri# con "la lume". A complicare ulteriormente la terminologia, si deve aggiunge che il termine #contarie# o #conterie# per molto tempo indicò tutte le tipologie di perle e non solo quelle piccole, a semenza. La crescente concorrenza estera, causata anche dalla fuga di alcune maestranze dell’arte all’estero, contravvenendo alle rigide regole della Serenissima in campo di esclusività dei saperi, causerà un calo progressivo della produzione. A seguire, la caduta della Serenissima, l’arrivo dei francesi, il blocco navale napoleonico, lo scioglimento delle corporazioni portarono un significativo e complesso periodo di crisi nel settore del vetro che perdurò anche agli inizi dell’Ottocento causando incertezza e molta precarietà. Una timida ripresa nel secondo quarto dell’Ottocento via via si consolida grazie all’intraprendenza dell’emergente borghesia e alle innovazioni tecnologiche. Nel 1840, ad esempio, si introduce l’uso del gas al posto del grasso animale per alimentare il fuoco. In questo periodo nascono ditte a conduzione familiare che impiegano anche lavoratori a domicilio, ditte ben organizzate, spesso su base parentale e familiare. Dalla metà Ottocento si assiste a una vera e propria rinascita causata da una felice contingenza di fattori tra i quali: migliorie nelle strumentazioni, invenzione di nuove tipologie di perle, creazioni di nuovi colori per le bacchette di vetro…Le perle di vetro furono ben accolte dalla moda dell’epoca, la richiesta aumentò esponenzialmente tanto che, fino circa agli anni Trenta, Venezia avrà il monopolio dell’esportazione di #conterie#. Alla fine del XIX secolo nasce la Società Veneziana per l’Industria delle Conterie che riuniva 17 ditte con molti lavoratori dipendenti e a cottimo. La Società chiuderà definitivamente nel 1993 e gli spazi, acquistati dal Comune, sono oggi dedicati a mostre ed eventi temporanei in connessione con il Museo del Vetro di Murano. Nella creazione di perle, non vi era parità di genere, come in molti altri settori: per molto tempo il fabbricante di perle era una professione quasi esclusivamente maschile. I progressivi cambiamenti socio, economici e culturali, uniti all’incremento della domanda di mercato, portarono, da metà Ottocento, a una progressiva femminilizzazione del lavoro delle perle a lume sia a domicilio che all’interno laboratori, ribaltando la proporzione, tanto che oggi, il numero di #perlere# è maggiore di quello dei #perleri#. Nuove trasformazioni arrivano dopo la Seconda Guerra Mondiale: a Venezia la nascita di nuovi poli industriali e la parallela decolonizzazione post conflitto portarono a un nuovo forte calo della produzione di perle di vetro la quale, però, non si è mai fermata, pur non raggiungendo più i volumi di produzione del passato, grazie a piccole e medie imprese artigianali, spesso a conduzione familiare, ancora attive sul territorio veneziano. L’ininterrotta produzione ha premesso di tramandare e perpetuare fino ad oggi una buona parte dei saperi, delle tecniche di realizzazione e delle memorie inerenti quest’arte, le quali, unite all’intrinseca dinamicità delle tradizioni artigianali e al confronto reciproco tra detentori e praticanti, assicurano una sua vitalità (BERTAGNOLLI SEGA URBANI DE GHELDOF 1989, ZECCHIN 2005, PANINI DI SALVO 2007, MORETTI 2009, DE CARLO 2012, SARPELLON 2022) 
La postazione della #perlera/èr# per il lavoro a lume è un bene complesso e composito che rappresenta un vero e proprio paesaggio di pratiche oltre che un insieme di oggetti che intervengono, più o meno contemporaneamente, nella creazione di una perla di vetro. Pur con le sue singolarizzazioni e personalizzazioni, per cui ogni perlaio allestisce, dispone, sceglie e sistema, sulla propria postazione, gli oggetti, accessori e materie prime secondo il suo volere per rendere il lavoro funzionale, efficiente e confortevole, vi sono degli aspetti ed elementi comuni. La preparazione della postazione prima dell’inizio del lavoro è un rito: tutto deve essere visibile, a portata di mano “giusta”; una volta iniziato, con la massa di vetro incandescente, la creazione della perla dovrà seguire inevitabilmente tempistiche e azioni non completamente prevedibili in risposta alle reazioni del vetro al fuoco e al tipo di perla che si sta realizzando. La raccolta sul campo ha rilevato che la #perlera/èr# può utilizzare guanti ignifughi e altre protezioni (manicotti, occhiali) ma spesso la punta del dito indice e del pollice della mano sinistra sono tagliati perché c’è bisogno di moltissima sensibilità per girare il tubicino in mano e “sentire” quello che sta succedendo nel nucleo incandescente della perla. La postazione è una sorta di microcosmo entro il quale la #perlera/èr# con la sua esperienza e creatività, realizza diverse tipologie di perle a lume, muovendosi con gestualità sicura e armoniosa in un perenne dialogo tra vetro e fuoco. L’arte delle perle di vetro implica infatti competenze, tecniche codificate, abilità, gesti e saperi incorporati. Quest’arte comprende due macro-campi, il primo è la realizzazione delle perle a lume: creare un nucleo di vetro rammollito al calore della fiamma avvolto su un tondino di metallo, che viene modellato e decorato in vari modi. Il secondo riguarda le perle a canna tirata, realizzate da pezzi di canna tirata già forata, tagliate e modellate e rifinite con la molatura. Rientra in questa categoria anche l’infilatura di perline di vetro minuscole, le #conterie#, termine che oggi identifica le perline a semenza (ottenute proprio da #canne# forate) e la relativa realizzazione di artefatti. Bisogna precisare che le perle realizzate a lume sono definibili come una seconda lavorazione del vetro, si deve rammollire la materia prima precedentemente realizzata in fornace: sono bacchette di vetro di vario calibro e colori, note come #canne#, piene. Il termine lume evidenzia che è necessario, per rammollire la #canna# e lavorare, una fonte di calore adeguata. La postazione di lavoro infatti ha una zona specifica composta dal cannello o Becco Bunsen (alimentato a gas e aria o ossigeno) e pietra refrattaria. Un tempo si usavano lucerne alimentate a grasso animale e mantici a pedale. Vi sono diverse tipologie di lavorazione a lume, un primo tipo sono le perle sommerse: caratterizzate da un nucleo di vetro trasparente o opaco, decori e uno o più strati di vetro trasparente che sommergono il decoro. Quest’ultimo può essere costituto anche da foglia oro o argento. Questa lavorazione sortisce una sorta di “effetto lente d’ingrandimento”. Un’altra tipologia molto nota sono le perle millefiori, dette anche a mosaico (si utilizzano #canne# di vario calibro dette millefiori o murrine all’interno delle quali, lungo tutta la lunghezza, è presente un disegno). Questa tipologia di perla ha un nucleo centrale, spesso blu: la #canna# usata ha una specifica gradazione chiamata #blu anima#, al nucleo si appoggiano, con uno strumento apposito, dischetti di murrina, precedentemente tagliate da #canna# millefiori, le sezioni riscaldate si saldano al nucleo a formare un mosaico. Spesso, dopo essere state raffreddate, possono essere satinate, levigate e lucidate. Un’altra varietà sono le perle fiorate, #fiorà#, composte da un nucleo di base di un unico colore a scelta, un disegno ondulato alle estremità, l’uso eventuale di avventurina e un decoro con vette che richiamano le stilizzazioni di fiori: rosa, non ti scordar di me, margherite, etc.. Vi sono poi le perle soffiate, la cui realizzazione, pur partendo da canne di vetro preformate e utilizzando la lavorazione a lume, richiama anche la lavorazione in fornace poiché è necessario soffiare aria attraverso un’asta/asticella forata d’acciaio con all’estremità un cilindro di vetro rammollito. Tutte le fonti orali e scritte concordano nel sottolineare che le varianti e le forme di perle di vetro realizzabili a lume sono innumerevoli e non possono quindi essere elencate esaustivamente in questa sede. Le informazioni raccolte sul campo hanno confermato che esistono tecniche di realizzazione ritenute identitarie a livello individuale o familiare, diventando una sorta di emblema di una famiglia artigiana, di una #perlera/èr#, o del legame con gli antenati, riconosciuto dalla comunità. Nel caso del laboratorio S.U.V., solo per fare uno dei possibili esempi, la realizzazione delle perla denominata “fiorata”, pur mantenendo gli elementi comunemente condivisi dalla tradizione, ha aggiunto e raggiunto caratteristiche stilistiche precise che la rendono riconoscibilissima come “perla fiorata della S.U.V.”. Per un miglior inquadramento del bene catalogato e della sua biografia culturale, si riporta brevemente la storia del laboratorio artigianale S.U.V. e delle famiglie coinvolte. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il napoletano Umberto Scognamiglio decide di trasferirsi a Trieste dove lavora come venditore di sacchettini di porporina utilizzati per ridonare la giusta patina ai tubi delle stufe a legna. Dopo pochi anni da Trieste si trasferisce a Venezia, alla ricerca di un nuovo lavoro, lì incontra in zona Cannaregio un amico napoletano grossista in cerca di produttori di perle di vetro. Umberto, mosso da una grande intraprendenza imprenditoriale, si offre di procurale lui stesso e in un mese riesce ad avviare una piccola produzione nel magazzino di casa e presentare un campionario. L’alta qualità delle perle prodotte gli permette in breve tempo di crescere in questo settore, trasferendo la produzione della Scognamiglio Umberto Venezia (S.U.V.) prima a San Giobbe, in Calle delle Canne, poi in area ex Staffa e infine, nel 1966 circa, nell’attuale sede sempre in zona Cannaregio ingrandendosi sempre più. Nel frattempo, la moglie e i figli raggiungono Umberto a Venezia. La figlia Rosa collabora nell’attività di famiglia. Da Napoli arriva anche il ventottenne Oscar Sito, marito di Rosa, il quale inizia a collaborare nella ditta del suocero e vi rimarrà fino alla sua scomparsa a 86 anni. Una rete parentale forte e coesa che ha favorito il successo del laboratorio. Le testimonianze orali rilevano che oltre all’attività di creazione di diverse tipologie di perle di vetro e confezionamento di bijoux con le suddette, Umberto e Oscar si dedicavano anche ai cosiddetti bagni di smalto delle perle: la perla smaltata infatti era richiesta dal mercato negli anni Sessanta e Settanta (alcune perle di vetro semplice, color bianco alabastro, venivano infilate in una specie di pettine in legno e immerse in bagni di smalto colorati). Per un periodo, oltre ai dipendenti in laboratorio, vi erano anche collaboratrici che lavoravano a domicilio. Nel 2008 circa, dopo la scomparsa di Oscar e la riduzione delle richieste di mercato, la S.U.V. ha ridotto parzialmente i suoi spazi ma nonostante ciò, il laboratorio è rimasto molto vasto, suddiviso in vari comparti: una zona di rappresentanza e esposizione campionario, una zona di realizzazione delle perle con le postazioni delle #perlere# e dei #perleri#, una per il confezionamento, una per la molatura, il taglio delle canne di vetro e la creazione di piastre di vetro, i depositi, gli spogliatoi e la zona pranzo e relax. La tradizione familiare prosegue grazie ai due figli di Oscar, attivamente presenti, Gaetano sarà rappresentante per diversi anni prima di ritirarsi e soprattutto Salvatore, che, come riferisce, “nato e vissuto nel laboratorio”, inizia da adolescente con piccole mansioni, poi una collaborazione fissa dall’età di 24 anni diventando la colonna portante della ditta fino a che, a causa di problemi di salute, la ditta ha chiuso la produzione nel 2022. Salvatore non crea fisicamente le perle, ma si occupa della progettazione, studio, ricerca, sperimentazione oltre che alla commercializzazione italiana ed estera. La sua creatività si traduce in tipologie di perle molto scenografiche, di altissima qualità e con colorazioni particolari (anche per l’uso di canne di vetro del deposito degli anni Trenta e Quaranta oggi impossibili da riprodurre) i cui nomi si rifanno a libri, musiche, ricerche che le hanno ispirate (es. Marco Polo, Canova, Karma, Fenicia…). Dai suoi racconti emerge chiaramente come sia innamorato di questo mestiere e come fare perle, e le perle, pervadano ogni aspetto della sua vita, fanno parte del suo essere. Nella comunità dei detentori del saper fare, lui e la sua famiglia sono considerati un esempio e un punto di riferimento. I tre figli di Salvatore hanno intrapreso percorsi lavorativi diversi. Attualmente il laboratorio resta a disposizione per dimostrazioni al fine di diffondere la conoscenza delle varie tecniche di lavorazione, i saperi tradizionali e le memorie storiche. L’altra colonna del laboratorio è rappresentata da Antonella Rossi, classe 1966, la quale inizia a lavorare alla S.U.V. adolescente, nell’estate del 1981, inizialmente per quello che doveva essere solo un lavoro estivo. In laboratorio conosce Salvatore, si sposano, il lavoretto estivo diventa la sua vita e lavora in laboratorio per circa 44 anni, divenendo negli ultimi anni anche socia della ditta. Dal suo racconto di vita emerge che il suo primo compito alla S.U.V. è stato al reparto confezionamento (passare al setaccio le perle per dividere i vari calibro, creare i manufatti secondo i modelli di campionario, preparare il lavoro per coloro che lavoravano da casa). Riferisce che da Oscar Sito, ha imparato tutto. Antonella non era estranea al mondo delle perle di vetro: la madre e la zia erano #perlere# e lavoravano a casa. Luciana, madre di Antonella, ha iniziato a lavorare nel campo delle perle di vetro a 8 anni, nel 1948, come garzona addetta a tagliare la parte apicale dei tubicini di rame in cui sono infilate le perle, raddrizzare il rimanente tubicino e fare eventuali giunte per sfruttare il più possibile il bastoncino. Sua zia era una #mistra#, nel campo delle perle, raccoglieva commesse di lavoro da diverse ditte, assegnava il lavoro svolto a casa e lo consegnava. A 13 anni Luciana inizia a creare perle insieme alla sorella Anna. Antonella da bambina osservava mamma e zia, era attratta dai colori, il fuoco, gli strumenti, apprende “rubando con gli occhi” e a 8 anni realizza la sua prima perla che ricorda benissimo: una perla millefiori di 8 mm. Ricorda anche la prima perla realizzata alla S.U.V.: una perla a forma di calla, ripetendo i gesti visti compiere dalla zia. Quando Antonella arriva in ditta è un momento favorevole alla produzione, c’è molta richiesta, da lì a breve anche la madre e la zia vengono assunte. La rete famigliare all’interno del laboratorio cresce e si consolida ancora di più. Dai dati raccolti sul campo emerge inoltre che la zia Anna era anche un abile #tiravette#: #perlera# che realizza al cannello fili sottilissimi di vetro, tratti da vetro fatto rammollire a lume, tirando il vetro manualmente, e come spesso accadeva in quegli anni, anche a mani nude (oggi si usano delle pinze). Antonella ricorda benissimo le bolle e i calli sulle mani della zia. La zia lavorerà fino all’età di 75 anni. Anche Antonella “tira” le vette da sé ma con l’uso degli strumenti e riferisce che da giovane qualche volta era aiutata da Salvatore, per fare fili di vetro sottili e lunghi. La mamma Luciana non voleva che Antonella diventasse #perlera#, troppi sacrifici, ma per Antonella il richiamo del fuoco e del vetro erano troppo forti. Madre e figlia hanno lavorato per molto tempo insieme, nella stessa stanza, nelle loro rispettive postazioni. Il loro rapporto era strettissimo, Luciana ha lavorato fino alla sua scomparsa a 78 anni. La perla nella quale era specializzata è la perla a forma di doppio cono. Ogni perla a doppio cono presente in laboratorio oggi, parla di lei. Il suo banco, alla S.U.V., è ancora come lei lo aveva organizzato. In particolare, Antonella ha conservato la protezione fai da te (cotone e cartone) che la madre usava per il pollice della mano sinistra, divenuto un oggetto di affezione e carico di risonanza. Parlando del suo lavoro, Antonella ribadisce quanto nell’apprendistato sia fondamentale “stare vicino a”, osservare, guardare, provare. Tenere il #rame#, la canna, non bruciare il #rame#, non scottarsi, “devi fare amicizia con il fuoco”: non è così facile, avvicinarsi al fuoco, “l’occhio deve saper dosare e togliere e lì si comincia, poi è l’esperienza, ma è importante avere una persona di supporto all’inizio”, come la madre e la zia lo sono state per lei. Conclude dicendo: “dà senso alla propria vita: è una seduzione a cui si cede, ti lega per sempre” 
La postazione per la creazione delle perle a lume presente all’interno del laboratorio S.U.V. consiste, innanzitutto, in una porzione facente parte di un lungo tavolo di legno rivestito in acciaio che corre lungo le due pareti della stanza adibita alla realizzazione delle perle a lume. Nel dettaglio sono presenti sette postazioni in totale, quattro disposte sul lato della specifica postazione oggetto di catalogazione (identificata con il n.3), e tre sulla parete opposta. Il lungo tavolo è suddiviso in postazioni di ca. 190 cm l’una, in modo da consentire alle diverse #perlere# di non intralciarsi l’una con l’altra quando, lavorando, impugnano la bacchetta di vetro (che può avere una lunghezza massima di ca. 110 cm). Gli oggetti e gli strumenti che compongono questo spazio di lavoro sono innumerevoli e la loro diposizione e organizzazione dipende dalle singole esigenze della #perlera#. Tuttavia, è possibile evidenziare una serie di elementi ricorrenti e diposizioni condivise. La postazione prevede una sedia, spesso un poggiapiedi per maggior comodità e un tavolino aggiuntivo sulla destra per avere più spazio di appoggio. Distintivo è la protezione che si trova tra la #perlera# e la fiamma: un telaio di legno con un vetro temperato denominato #specio#. Permette di vedere e controllare tutta la lavorazione proteggendo viso e busto. A sinistra della seduta, si trova un contenitore con materiale ignifugo, la vermiculite, detto #scoassera#, per raffreddare le perle realizzate, e i tondini in rame cavo, detto #rame# in gergo, che vengono impugnati proprio dalla mano sinistra e intorno ai quali si deve avvolgere il vetro rammollito per creare la perla. Sul tavolo è presente una piccola bocchetta da cui esce aria, #soffietto#, che può essere aperta o chiusa da una specie di bullone: serve per raffreddare la perla, se necessario. Sempre a sinistra è presente una zona rialzata da un mattone e sopra ad un vetro cristallo si possono trovare i libretti di foglia oro o argento usati per alcune tipologie di perle. In questa postazione può essere presente, sempre a sinistra della seduta, una cassettina in legno dove si raccolgono le perle raffreddate. Alla destra della #perlera# si trovano usualmente le materie prime che dovrà utilizzare: le #canne# (bacchette di vetro di vario colore), le #vette# (sottili fili di vetro per decorare infilate in contenitori anche improvvisati come vecchi barattoli di passata), eventuali sezioni di canna murrina in diverse ciotole, gli strumenti per modellare e altri strumenti come i prolungatori #ciapacanne#, tubicini di rame da riutilizzare, etc.. Anche questi strumenti possono essere raccolti in vasetti e contenitori di vario genere. Sempre a destra il contenitore con l’acqua per raffreddare, in questo caso con il numero 3 scritto sopra, che identifica la postazione. È presente, inoltre, un supporto scanalato in metallo dove è possibile appoggiare le #canne# e gli strumenti durante le fasi di lavorazione (spesso il porta #canne# è chiamato #arsinèo#). In questa specifica postazione, le #canne# si posizionano anche longitudinalmente al banco dietro la zona di rammollimento, ma sempre abbastanza vicino al fuoco per tenerle in temperatura, mentre altre, da utilizzare in un secondo tempo della giornata, si trovano trasversalmente sulla sinistra, vicino alla #scoassera#. Di fonte alla seduta, dietro allo #specio#, vi è la zona di rammollimento, il punto “caldo” della postazione, detto a volte #forneo#. La zona in questo caso è composta principalmente da un Becco Bunsen, o cannello, #caneo# o #machineta del fogo#: è un bruciatore dotato di valvole che brucia un flusso continuo di gas senza rischio che la fiamma abbia un ritorno nel tubo. La fiamma, #fogo#, del cannello, nel laboratorio S.U.V., è alimentata da gas metano e aria (quest’ultima immessa da un motore che copre tutte le postazioni). Proprio al di sopra del cannello vi è una piccola lastra di ferro quadrangolare, utilizzata nella lavorazione per modellare, arrotondare, sistemare le perle a mano libera detta anche #bronzin# (elemento opzionale presente però in tutte le postazioni del laboratorio S.U.V.). Per completare la zona di rammollimento, davanti al cannello viene posizionata una mezzaluna in pietra refrattaria #piera#, ed eventualmente altri pezzi di pietra refrattaria o metallo o materie prime come sezioni di #canna# murrina a formare una specie di ellisse. Al di sotto due pietre refrattarie una sopra l’altra e una lastra in ferro, #piato de fero#, delimita visivamente la zona e funge idealmente da spartiacque tra lato destro e sinistro. Alle spalle della mezzaluna un mattone sempre in pietra refrattaria e una mezzaluna di dimensioni più piccole (in caso di necessità). Sopra la postazione si trova un tubo di aspirazione e una rastrelliera a muro, attaccata frontalmente, dove vengono riposti gli innumerevoli strumenti per modellare, di solito divisi per tipologia con i loro vari calibri 
Postazione di lavoro della #perlera/èr# per la creazione di perle a lume 
Venezia (VE) 
0500736811 
Postazione di lavoro della #perlera/èr# per la creazione di perle a lume 
proprietà privata 
argilla 
metallo 
materiali vari 
tecniche varie 
metallo/ acciaio 
metallo/ rame 
cottura, formatura 

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