vetta piatta, vetta larga de venturina (Fascia di vetro avventurina, STRUMENTI E ACCESSORI) by Rossi, Antonella

https://w3id.org/arco/resource/DemoEthnoAnthropologicalHeritage/0500736814 an entity of type: DemoEthnoAnthropologicalHeritage

Fascia di vetro avventurina, bene semplice
vetta piatta, vetta larga de venturina (Fascia di vetro avventurina, STRUMENTI E ACCESSORI) di Rossi, Antonella 
vetta piatta, vetta larga de venturina (Fascia di vetro avventurina, STRUMENTI E ACCESSORI) by Rossi, Antonella 
La fascia, #vetta# piatta, di avventurina è una fascia di vetro, sottile, larga pochi millimetri, non flessibile 
vetta piatta, vetta larga de venturina (Fascia di vetro avventurina, bene semplice) 
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La materia prima per la creazione delle perle di vetro mediante lavorazione a lume è principalmente la bacchetta di vetro compatta, piena, detta #canna#. Quest’ultime sono realizzate in fornace dai maestri vetrai. Gli esperti, come il Prof. Marco Verità, che è stato ricercatore presso la Stazione Sperimentale del Vetro di Venezia-Murano svolgendo attività di ricerca ed analisi di materiali vitrei moderni e antichi, sottolineano la necessità di disporre di un tipo di vetro “adatto” per realizzare le perle, soprattutto quando si tratta di perle non monocrome. Il vetro per le perle deve avere delle caratteristiche precise: una gamma di colori infinita, sia trasparenti che opachi, deve essere intensamente colorato perché viene lavorato in strati molto sottili e soprapposti, i colori devono essere stabili. Le #canne#, infatti, vengono riscaldate e risciolte alla fiamma: questo secondo riscaldamento può alterare i colori. Il vetro inoltre deve avere un punto di fusione adatto ad essere lavorato a lume, ovvero nella zona di rammollimento della postazione della #perlera/èr#, dove la temperatura raggiunta non è quella delle fornaci. Lavorando con più colori è altresì necessario che ci sia una compatibilità di dilatazione termica e di viscosità, altrimenti si creano tensioni che possono far spaccare la perla e i colori possono sbavare. Queste caratteristiche erano già ben note nel 1500: negli antichi ricettari per fare i colori i maestri vetrai riportano spesso la necessità che si devono combinare vetri fatti “della stessa pasta altrimenti non si uniscono”; devono avere cioè la stessa pastosità quando vengono lavorati. I #perleri# sanno perfettamente che certi colori possono, se lavorati insieme, dare problemi, come conoscono bene i rischi di combinare tra loro #canne# prodotte in vetrerie diverse o di epoche diverse. Le continue sperimentazioni e l’esperienza acquisita nel tempo permette loro di gestire al meglio queste problematiche. Tra le infinite tonalità e tipologie di vetro possibili, ve ne è uno particolarmente affascinante, molto utilizzato per la creazione di perle di vetro: la pasta di vetro avventurina. Le fonti scritte riportano che nel 1644 il vetraio Giovanni Darduin, trovò, in un libro del padre, la ricetta per la “pasta stellaria overo venturina”. Il termine avventurina, deriva probabilmente dal tentativo di imitare la pietra dura avventurina (che presenta una distribuzione disomogenea di cristalli che riflettono la luce "à l'aventure"). Nel corso del tempo si è consolidata la tradizione di associare il termine avventurina a "ventura", cioè sorte, fortuna, caso inaspettato, proprio perché la buona riuscita di questo vetro non è mai certa e ogni produzione differisce dalla precedente. La preparazione dell’“avventurina”, è lunga, delicata e si deve aggiungere, tra i vari componenti, ossido di rame. Non è facile ottenere un buon risultato finale, creare la composizione richiede molta abilità, alla fine del processo si deve rompere il crogiolo ed estrarre i pezzi di vetro. Se tutto è andato per il verso giusto, si ottiene una pasta vitrea di colore brunastro con all’interno piccoli cristalli di rame brillanti di grande effetto estetico simili a “stelle”, da cui il nome “stellaria” del passato. I cristalli di rame nella pasta assumono la forma di figure geometriche solide (es. di tetraedro) e i costituenti sono lamellari, la loro disposizione all’interno del composto è totalmente casuale (da qui il consolidarsi dell'associazione con ventura), ma sono proprio loro che rinfrangono la luce facendo brillare la pasta di vetro, ecco perché ogni pezzo di avventurina è diverso dall’altro e perché alcuni pezzi sono considerati di migliore qualità. Gli studiosi hanno ritrovato molta documentazione sulla produzione di questa tipologia di vetro nel corso del Seicento e del Settecento: in un documento del 1768, nel descrivere alcune tipologie di perle, vi è un riferimento preciso all’uso di “cerchi di avventurina” come decoro. In un altro documento del 1787 si trovano precisi richiami al fatto che la pasta avventurina serviva all’“Arte dei Perleri”, a quanto difficile fosse realizzarla e al fatto che la sua riuscita finale era sempre diversa. Le fonti riportano anche, oltre a una produzione in pezzi, una produzione in #canna# (veniva anche tirata in fornace). Per tutto il XIX° secolo, soprattutto da metà Ottocento periodo di boom del mercato, è evidente il largo uso di questo particolare vetro: era di gran moda non solo per i bijoux ma nella produzione di altri oggetti (es. vasi, tabacchiere…). Fonti scritte riportano una produzione di avventurina in Friuli; per quanto riguarda Murano, al momento della redazione della presente scheda di catalogo, diverse fonti orali interpellate sull’argomento concordano nel riportare che la produzione di avventurina continua, seppur non con i volumi del passato. Le fonti evidenziano anche la presenza di una produzione, di minore qualità e distinguibile rispetto a quella muranese, proveniente da paesi extraeuropei. Ritornando alle fonti storiche, queste riferiscono l’esistenza di diverse tipologie di avventurina: nel 1885 Vicenzo Moretti produceva, oltre alla ben nota avventurina di colore brunastro, avventurina nera (con più ferro nella ricetta) e blu oceano con stelle che virano all’oro, all’argento e al blu chiaro a seconda della luce (ZECCHIN 2005) 
La lavorazione delle perle di vetro a lume permette la creazione di una infinità di tipologie di manufatti con decori e combinazioni cromatiche diverse. Molti decori sono resi possibili grazie all’applicazione, in fase di lavorazione, di sottili fili di vetro, realizzati a mano dai #perleri#. Sono chiamati, in gergo, #vette#. Quest'ultime, a seconda del loro diametro, vengono usate per decorare (ad esempio applicare dei pois, stilizzare fiori, strisce di colore, etc.). Le #vette# possono essere monocrome o essere l’intreccio di più sottilissimi fili di colori diversi ritorti a spirale. Esiste inoltre una particolare tipologia di #vetta#, che non ha la forma cilindrica, ma si presenta piatta, come una fascia, un nastro di pochi millimetri di larghezza, anch’essa realizzata a mano, a volte chiamata #vetta larga#. Solitamente quest’ultima è in vetro avventurina, è molto raro vederne di altre tipologie di vetro. Le fonti orali raccolte sul campo specificano come si ottengono queste particolari materie prime nel laboratorio S.U.V. La #perlera# inizia ad avvolgere attorno a una specie di spiedo i vari pezzetti di vetro avventurina precedentemente frantumati al mortaio. Li scioglie e li avvolge, aggiungendone man mano, con l’aiuto di un #tacadìn# (strumento appuntito). Quando la massa ha raggiunto la grandezza necessaria, con la pinza si modella a forma di un lecca-lecca, detto #massiso#, la cui misura è variabile. A questo punto con una pinza apposita si inizia a tirare una #vetta# dalla massa incandescente, in forma di fascia piatta. La particolare attenzione che richiede l’uso dell’avventurina nella lavorazione, ben nota tra i #perleri#, è stata confermata da Antonella Rossi, #perlera# e socia della ditta, la quale ribadisce che “bisogna saperla lavorare” perché se rimane troppo nel fuoco #s’infumega#, si scurisce e non brilla più, si sporca. La rifusione dell’avventurina durante la creazione della perla può quindi pregiudicare la sua caratteristica distintiva: i cristalli in lamelle di rame che alla luce brillano dando un effetto estetico molto scenografico. Altri definiscono questa perdita di brillantezza come: si #svoda#. Sono l’esperienza e l’abilità che permettono di dosare i tempi: “lo vedo ad occhio”, riferisce Antonella. Questa frase restituisce tutti i saperi incorporati di questa lavorazione: bisogna infatti tenere presente che durante la lavorazione, la perla è vetro incandescente, per un occhio profano, tutto è sciolto, mischiato, confuso, e di un unico colore. Per un miglior inquadramento del bene catalogato e della sua biografia culturale, si riporta brevemente la storia del laboratorio artigianale S.U.V. e delle famiglie coinvolte. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il napoletano Umberto Scognamiglio decide di trasferirsi a Trieste dove lavora come venditore di sacchettini di porporina utilizzati per ridonare la giusta patina ai tubi delle stufe a legna. Dopo pochi anni da Trieste si trasferisce a Venezia, alla ricerca di un nuovo lavoro, lì incontra in zona Cannaregio un amico napoletano grossista in cerca di produttori di perle di vetro. Umberto, mosso da una grande intraprendenza imprenditoriale, si offre di procurale lui stesso e in un mese riesce ad avviare una piccola produzione nel magazzino di casa e presentare un campionario. L’alta qualità delle perle prodotte gli permette in breve tempo di crescere in questo settore, trasferendo la produzione della Scognamiglio Umberto Venezia (S.U.V.) prima a San Giobbe, in Calle delle Canne, poi in area ex Staffa e infine, nel 1966 circa, nell’attuale sede sempre in zona Cannaregio ingrandendosi sempre più. Nel frattempo, la moglie e i figli raggiungono Umberto a Venezia. La figlia Rosa collabora nell’attività di famiglia. Da Napoli arriva anche il ventottenne Oscar Sito, marito di Rosa, il quale inizia a collaborare nella ditta del suocero e vi rimarrà fino alla sua scomparsa a 86 anni. Una rete parentale forte e coesa che ha favorito il successo del laboratorio. Le testimonianze orali rilevano che oltre all’attività di creazione di diverse tipologie di perle di vetro e confezionamento di bijoux con le suddette, Umberto e Oscar si dedicavano anche ai cosiddetti bagni di smalto delle perle: la perla smaltata infatti era richiesta dal mercato negli anni Sessanta e Settanta (alcune perle di vetro semplice, color bianco alabastro, venivano infilate in una specie di pettine in legno e immerse in bagni di smalto colorati). Per un periodo, oltre ai dipendenti in laboratorio (circa una quarantina), vi erano anche collaboratrici che lavoravano a domicilio. Nel 2008 circa, dopo la scomparsa di Oscar e la riduzione delle richieste di mercato, la S.U.V. ha ridotto parzialmente i suoi spazi ma nonostante ciò, il laboratorio è rimasto molto vasto, suddiviso in vari comparti: una zona di rappresentanza e esposizione campionario, una zona di realizzazione delle perle con le postazioni delle #perlere# e dei #perleri#, una per il confezionamento, una per la molatura, il taglio delle canne di vetro e la creazione di piastre di vetro, i depositi, gli spogliatoi e la zona pranzo e relax. La tradizione familiare prosegue grazie ai due figli di Oscar, attivamente presenti, Gaetano sarà rappresentante per diversi anni prima di ritirarsi e soprattutto Salvatore, che, come riferisce, “nato e vissuto nel laboratorio”, inizia da adolescente con piccole mansioni, poi una collaborazione fissa dall’età di 24 anni diventando la colonna portante della ditta fino a che, a causa di problemi di salute, la ditta ha chiuso la produzione nel 2022. Salvatore non crea fisicamente le perle, ma si occupa della progettazione, studio, ricerca, sperimentazione oltre che alla commercializzazione italiana ed estera. La sua creatività si traduce in tipologie di perle molto scenografiche, di altissima qualità e con colorazioni particolari (anche per l’uso di canne di vetro del deposito degli anni Trenta e Quaranta oggi impossibili da riprodurre) i cui nomi si rifanno a libri, musiche, ricerche che le hanno ispirate (es. Marco Polo, Canova, Karma, Fenicia…). Dai suoi racconti emerge chiaramente come sia innamorato di questo mestiere e come fare perle, e le perle, pervadano ogni aspetto della sua vita, fanno parte del suo essere. Nella comunità dei detentori del saper fare, lui e la sua famiglia sono considerati un esempio e un punto di riferimento. I tre figli di Salvatore hanno intrapreso percorsi lavorativi diversi. Attualmente il laboratorio resta a disposizione per dimostrazioni al fine di diffondere la conoscenza delle varie tecniche di lavorazione, i saperi tradizionali e le memorie storiche. L’altra colonna del laboratorio è rappresentata da Antonella Rossi, classe 1966, la quale inizia a lavorare alla S.U.V. adolescente, nell’estate del 1981, inizialmente per quello che doveva essere solo un lavoro estivo. In laboratorio conosce Salvatore, si sposano, il lavoretto estivo diventa la sua vita e lavora in laboratorio per circa 44 anni, divenendo negli ultimi anni anche socia della ditta. Dal suo racconto di vita emerge che il suo primo compito alla S.U.V. è stato al reparto confezionamento (passare al setaccio le perle per dividere i vari calibro, creare i manufatti secondo i modelli di campionario, preparare il lavoro per coloro che lavoravano da casa). Riferisce che da Oscar Sito, ha imparato tutto. Antonella non era estranea al mondo delle perle di vetro: la madre e la zia erano #perlere# e lavoravano a casa. Luciana, madre di Antonella, ha iniziato a lavorare nel campo delle perle di vetro a 8 anni, nel 1948, come garzona addetta a tagliare la parte apicale dei tubicini di rame in cui sono infilate le perle, raddrizzare il rimanente tubicino e fare eventuali giunte per sfruttare il più possibile il bastoncino. Sua zia era una #mistra#, nel campo delle perle, raccoglieva commesse di lavoro da diverse ditte, assegnava il lavoro svolto a casa e lo consegnava. A 13 anni Luciana inizia a creare perle insieme alla sorella Anna. Antonella da bambina osservava mamma e zia, era attratta dai colori, il fuoco, gli strumenti, apprende “rubando con gli occhi” e a 8 anni realizza la sua prima perla che ricorda benissimo: una perla millefiori di 8 mm. Ricorda anche la prima perla realizzata alla S.U.V.: una perla a forma di calla, ripetendo i gesti visti compiere dalla zia. Quando Antonella arriva in ditta è un momento favorevole alla produzione, c’è molta richiesta, da lì a breve anche la madre e la zia vengono assunte. La rete famigliare all’interno del laboratorio cresce e si consolida ancora di più. Dai dati raccolti sul campo emerge inoltre che la zia Anna era anche un abile #tiravette#: #perlera# che realizza al cannello fili sottilissimi di vetro, tratti da vetro fatto rammollire a lume, tirando il vetro manualmente, e come spesso accadeva in quegli anni, anche a mani nude (oggi si usano delle pinze). Antonella ricorda benissimo le bolle e i calli sulle mani della zia. La zia lavorerà fino all’età di 75 anni. Anche Antonella “tira” le vette da sé ma con l’uso degli strumenti e riferisce che da giovane qualche volta era aiutata da Salvatore, per fare fili di vetro sottili e lunghi. La mamma Luciana non voleva che Antonella diventasse #perlera#, troppi sacrifici, ma per Antonella il richiamo del fuoco e del vetro erano troppo forti. Madre e figlia hanno lavorato per molto tempo insieme, nella stessa stanza, nelle loro rispettive postazioni. Il loro rapporto era strettissimo, Luciana ha lavorato fino alla sua scomparsa a 78 anni. La perla nella quale era specializzata è la perla a forma di doppio cono. Ogni perla a doppio cono presente in laboratorio oggi, parla di lei. Il suo banco, alla S.U.V., è ancora come lei lo aveva organizzato. In particolare, Antonella ha conservato la protezione fai da te (cotone e cartone) che la madre usava per il pollice della mano sinistra, divenuto un oggetto di affezione e carico di risonanza. Parlando del suo lavoro, Antonella ribadisce quanto nell’apprendistato sia fondamentale “stare vicino a”, osservare, guardare, provare. Tenere il #rame#, la canna, non bruciare il #rame#, non scottarsi, “devi fare amicizia con il fuoco”: non è così facile, avvicinarsi al fuoco, “l’occhio deve saper dosare e togliere e lì si comincia, poi è l’esperienza, ma è importante avere una persona di supporto all’inizio”, come la madre e la zia lo sono state per lei. Conclude dicendo: “dà senso alla propria vita: è una seduzione a cui si cede, ti lega per sempre” 
La fascia, #vetta# piatta, di avventurina è una fascia di vetro, sottile, larga pochi millimetri, non flessibile 
vetta piatta vetta larga de venturina 
Venezia (VE) 
0500736814 
Fascia di vetro avventurina 
proprietà privata 
vetro 
rammollimento, modellatura a mano 
La #perlera# inizia ad avvolgere attorno a uno strumento che assomiglia a uno spiedo tutti i vari pezzetti di vetro avventurina precedentemente frantumati al mortaio e raccolti in una ciotola posta alla sua destra. Li scioglie e li avvolge, aggiungendone man mano, con l’aiuto di un #tacadìn# (strumento appuntito). Quando la massa ha raggiunto la grandezza che ritiene idonea, con la pinza modella a forma di un lecca-lecca, detto #massiso#, la cui misura può variare. A questo punto con una pinza apposita si inizia a tirare una #vetta# dalla massa incandescente, in forma di fascia piatta 

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