cortèo (Coltello per rifinitura perle di vetro lavorazione a lume, STRUMENTI E ACCESSORI)

https://w3id.org/arco/resource/DemoEthnoAnthropologicalHeritage/0500736815 an entity of type: DemoEthnoAnthropologicalHeritage

Coltello per rifinitura perle di vetro lavorazione a lume
cortèo (Coltello per rifinitura perle di vetro lavorazione a lume, STRUMENTI E ACCESSORI) 
cortèo (Coltello per rifinitura perle di vetro lavorazione a lume, STRUMENTI E ACCESSORI) 
Il coltello è composto da una lama la cui estremità è molto usurata, come pure il tagliente presenta diverse irregolarità dovute all’uso; il dorso invece è ben visibile. Manico cilindrico 
cortèo (Coltello per rifinitura perle di vetro lavorazione a lume, STRUMENTI E ACCESSORI) 
00736815 
05 
0500736815 
Fonti storiche concordano nel sottolineare come i progressivi cambiamenti sociali, economici e culturali, uniti all’incremento della richiesta di perle di vetro, portarono, da metà Ottocento, a una progressiva femminilizzazione del lavoro delle perle a lume sia a domicilio che all’interno laboratori, ribaltando la situazione che vedeva il lavoro a lume come prevalentemente maschile, tanto che oggi, il numero di #perlere# è maggiore di quello dei #perleri#. La stanza dove usualmente le #perlere# lavoravano da casa è la cucina, le motivazioni della scelta sono molteplici, tra le quali, la possibilità di seguire contemporaneamente altre attività muliebri e la possibilità di usufruire di utensili già presenti e a disposizione. La cucina, con le sue dotazioni e le attività che ivi si svolgevano quotidianamente, non è stata un luogo neutro, si è creato un nesso tra #perlera#-luogo che ha influenzato il suo lavoro a lume per quanto riguarda la strumentazione, le tecniche di lavorazione, le denominazioni in lingua vernacolare. Una ricerca condotta dalla dott.ssa Cristina Bedin, former President del Comitato per la Salvaguardia dell’Arte delle Perle Veneziane, esposta durante il World Tourism Event di Padova nel 2021, ha evidenziato questa articolata sinergia. Il suo intervento, intitolato “L’arte della perla di vetro patrimonio UNESCO ICH: le perle di vetro e i legami con la cucina e il cucito”, restituisce molti elementi interessanti che coinvolgono sia la lavorazione delle perle a lume (in cucina), sia l’infilatura delle perline a semenza #conterie# eseguito dalle #impiraresse# (in casa o sull’uscio). Concentrandoci principalmente sulla lavorazione a lume, si deve innanzitutto segnalare l’utilizzo di diversi utensili presi in prestito dalla cucina. La forchetta, #piròn#, per strinare le perle, il cucchiaio, #scugèr#, e il cucchiaino, #scugiarìn#, per arrotondare la perla, il coltello, #corteo#, per rifinire le estremità delle perle, il macinino da caffè per ridurre in graniglia pezzettini di vetro, la teglia per le lasagne, posizionata sotto alla fiamma, per raccogliere schegge di vetro. Ancora la piastra del ferro da stiro per modellare, lo spiedo, #speo#, per raccogliere sezioni di #canna# vitrea, la pattumiera, #scoassera#, diventata il termine con cui chiamare il contenitore con materiale ignifugo per raffreddare le perle, il piatto, #piato# di ferro, che può essere posizionato nella zona di rammollimento ma anche quello, più piccolo, sopra al cannello o Becco Bunsen, per modellare a mano libera (altre volte detto #bronzin#), il mestolo di legno per prendere e mettere le perle a raffreddare, la grattugia, #gratacasa#, per un effetto bugnato. E ancora la paletta, #paeta#, usata per girare, alzare e porzionare gli alimenti, nella lavorazione a lume, può designare strumenti per modellare e appiattire, le forbici, #forfe#, anch’esse mutuate della cucina. Il setaccio, #tamiso#, usato per selezionare i vari calibri delle perle. Il setaccio si usa anche per lo #spolvero#, la polvere di vetro, rimasta dopo la frantumazione di pezzi di vetro e riusata in alcune lavorazioni. Durante l’intervento si è fatto presente che la creazione di perle con il #pestaccio#, i rimasugli della giornata (monconi di bacchette di vetro troppo corti, schegge, perle difettate…) nella terminologia anglofona vengono denominate “end of the day beads”, perle della fine del giorno. Avanzando nel tempo, si trovano il tostapane orizzontale, per scaldare pezzi di #canna#, vari tipi di padelle usate per ammorbidire pezzi di vetro. La zona di rammollimento con la pietra refrattaria può essere chiamata #forneo#, fornello. La preparazione di alimenti ha verosimilmente ispirato la lavorazione di una perla con una sorta di impanatura finale nel #pestaccio#, un ultimo giro nella polvere di vetro; forse anche le perle sommerse (in cui l’ultimo strato è di vetro trasparente e sono stratificazioni di vetro e decori) sono state ispirate da alimenti immersi in acqua per la cottura o da altre preparazioni. La cucina non è solo il luogo dove cucinare, ma, ad esempio, cucire, ricamare. Vi erano delle particolari perle, dette a gomitolo, la cui lavorazione (con #vette# attorcigliate) e conseguente aspetto esteriore, richiamavano i gomitoli di lana. Soprattutto la parte dell’infilatura di perline a semenza ha mutuato molti temini dal cucito e dalla tessitura, basti solo citare, in questa sede, l’#agada# il ventaglio di aghi per infilare le perline e il termine #vetta# usato nella lavorazione a lume per i fili di vetro utilizzati per decoro. Sconfinando ancora nel campo delle infilatrici, le #impiraresse# di perline a semenza, si ricorda che #impirar# infilare, deriva da #piròn# forchetta, che un tipo di perline è denominata “cremette”, perché la loro forma romboidale richiama un dolce tipico veneziano, la crema fritte alla veneziana, che molto spesso è a forma di rombo. Il setaccio, #tamiso#, invece serviva per liberare i fori delle minuscole perline da sabbia e crusca usate per tappare i fori durante una delle fasi di realizzazione delle #conterie# e lo #spolvero# era il residuo di questo setacciamento (BEDIN 2021 WTE Padova Sala Anziani del Palazzo della Ragione) 
La postazione della #perlera/èr# per il lavoro a lume è un bene complesso e composito che rappresenta un vero e proprio paesaggio di pratiche oltre che un insieme di oggetti che intervengono, più o meno contemporaneamente, nella creazione di una perla di vetro. La preparazione della postazione prima dell’inizio del lavoro è un rito: tutto deve essere visibile, a portata di mano “giusta”; una volta iniziato, con la massa di vetro incandescente, la creazione della perla dovrà seguire inevitabilmente tempistiche e azioni non completamente prevedibili in risposta alle reazioni del vetro al fuoco e al tipo di perla che si sta realizzando. La raccolta sul campo ha rilevato come la postazione e gli strumenti subiscano processi di singolarizzazione (ovvero un uso singolarizzato, l’oggetto vive dentro le biografie) o personalizzazione, per cui ogni perlaio allestisce, dispone, sceglie e sistema, sulla propria postazione, gli oggetti, accessori e materie prime secondo il suo volere per rendere il lavoro funzionale, efficiente e confortevole e, aspetto non trascurabile, costruisce una relazione profonda con gli strumenti. Inoltre si è reso evidente come i legami tra le #perlere# e i luoghi dove storicamente potevano svolgere il loro lavoro, cioè la cucina di casa, abbiano sconfinato le mura domestiche e si ritrovino anche nei moderni laboratori, per quanto riguarda la rifunzionalizzazione di alcuni utensili. Rilevamenti in diversi laboratori hanno confermato che non è insolito, ancora oggi, utilizzare strumenti mutuati dalla cucina. Tali oggetti vengono scelti specificatamente in base alle esigenze e svolgono compiti precisi: un coltello, un cucchiaino da caffè, un batticarne, due cucchiaini da caffè di tazze termiche uniti e trasformati in pinza. Tra gli utensili rifunzionalizzati più presenti sulle postazioni dei #perleri# vi sono le forbici, i cucchiai, i coltelli e il laboratorio S.U.V. non fa eccezione. Le fonti orali riportano che “facendo” ci si rende conto che serve una data forma, che quel cucchiaio ha la giusta curvatura, meglio della pinza professionale, che quel coltello è perfetto per sistemare la perla: “sento che questo è il mio, lo conosco, fa parte della mia mano”. Tali strumenti sono talmente incorporati delle pratiche che è molto difficile sostituirli, vengono utilizzati fino alla fine, usurati, perché riabituarsi ad un altro peso, un’altra impugnatura, un altro bilanciamento, un’altra curvatura richiede tempo e a volte è impossibile. Gli oggetti incorporati, gli strumenti, raggiungono in profondità la psiche attraverso l’apprendistato e il fare. Il coltello, ad esempio, può essere utilizzato per rifinire le estremità delle perle o per lisciare, appiattire, incidere la superficie della perla incandescente. Per completezza si riporta che è possibile utilizzare, per le estremità delle perle, altri strumenti appositi, detti spesso #sposta cui#; sono solitamente una specie di paletta con due punte (bidente) piegate a novanta gradi e con un taglio al centro (più tecnicamente è definita una forcella a V), nel caso della S.U.V., lo strumento è stato personalizzato dalla #perlera# con una sola punta (dente) a novanta gradi. La ditta artigianale che oggi produce attrezzi per la lavorazione a lume, attiva a Murano, riferisce che un tempo, quando i volumi di produzione erano enormi e bisognava ottimizzare al massimo, esisteva anche uno strumento direttamente fissato al banco di lavoro che serviva per la medesima funzione. Lo stesso discorso vale per le azioni di levigatura, incisione, modellamento: esistono, all'interno del laboratorio, altri strumenti creati appositamente. La #perlera# sceglie, a sua discrezione, quale attrezzo è più consono. Per un miglior inquadramento del bene catalogato e della sua biografia culturale, si riporta brevemente la storia del laboratorio artigianale S.U.V. e delle famiglie coinvolte. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il napoletano Umberto Scognamiglio decide di trasferirsi a Trieste dove lavora come venditore di sacchettini di porporina utilizzati per ridonare la giusta patina ai tubi delle stufe a legna. Dopo pochi anni da Trieste si trasferisce a Venezia, alla ricerca di un nuovo lavoro, lì incontra in zona Cannaregio un amico napoletano grossista in cerca di produttori di perle di vetro. Umberto, mosso da una grande intraprendenza imprenditoriale, si offre di procurale lui stesso e in un mese riesce ad avviare una piccola produzione nel magazzino di casa e presentare un campionario. L’alta qualità delle perle prodotte gli permette in breve tempo di crescere in questo settore, trasferendo la produzione della Scognamiglio Umberto Venezia (S.U.V.) prima a San Giobbe, in Calle delle Canne, poi in area ex Staffa e infine, nel 1966 circa, nell’attuale sede sempre in zona Cannaregio ingrandendosi sempre più. Nel frattempo, la moglie e i figli raggiungono Umberto a Venezia. La figlia Rosa collabora nell’attività di famiglia. Da Napoli arriva anche il ventottenne Oscar Sito, marito di Rosa, il quale inizia a collaborare nella ditta del suocero e vi rimarrà fino alla sua scomparsa a 86 anni. Una rete parentale forte e coesa che ha favorito il successo del laboratorio. Le testimonianze orali rilevano che oltre all’attività di creazione di diverse tipologie di perle di vetro e confezionamento di bijoux con le suddette, Umberto e Oscar si dedicavano anche ai cosiddetti bagni di smalto delle perle: la perla smaltata infatti era richiesta dal mercato negli anni Sessanta e Settanta (alcune perle di vetro semplice, color bianco alabastro, venivano infilate in una specie di pettine in legno e immerse in bagni di smalto colorati). Per un periodo, oltre ai dipendenti in laboratorio, vi erano anche collaboratrici che lavoravano a domicilio. Nel 2008 circa, dopo la scomparsa di Oscar e la riduzione delle richieste di mercato, la S.U.V. ha ridotto parzialmente i suoi spazi ma nonostante ciò, il laboratorio è rimasto molto vasto, suddiviso in vari comparti: una zona di rappresentanza e esposizione campionario, una zona di realizzazione delle perle con le postazioni delle #perlere# e dei #perleri#, una per il confezionamento, una per la molatura, il taglio delle canne di vetro e la creazione di piastre di vetro, i depositi, gli spogliatoi e la zona pranzo e relax. La tradizione familiare prosegue grazie ai due figli di Oscar, attivamente presenti, Gaetano sarà rappresentante per diversi anni prima di ritirarsi e soprattutto Salvatore, che, come riferisce, “nato e vissuto nel laboratorio”, inizia da adolescente con piccole mansioni, poi una collaborazione fissa dall’età di 24 anni diventando la colonna portante della ditta fino a che, a causa di problemi di salute, la ditta ha chiuso la produzione nel 2022. Salvatore non crea fisicamente le perle, ma si occupa della progettazione, studio, ricerca, sperimentazione oltre che alla commercializzazione italiana ed estera. La sua creatività si traduce in tipologie di perle molto scenografiche, di altissima qualità e con colorazioni particolari (anche per l’uso di canne di vetro del deposito degli anni Trenta e Quaranta oggi impossibili da riprodurre) i cui nomi si rifanno a libri, musiche, ricerche che le hanno ispirate (es. Marco Polo, Canova, Karma, Fenicia…). Dai suoi racconti emerge chiaramente come sia innamorato di questo mestiere e come fare perle, e le perle, pervadano ogni aspetto della sua vita, fanno parte del suo essere. Nella comunità dei detentori del saper fare, lui e la sua famiglia sono considerati un esempio e un punto di riferimento. I tre figli di Salvatore hanno intrapreso percorsi lavorativi diversi. Attualmente il laboratorio resta a disposizione per dimostrazioni al fine di diffondere la conoscenza delle varie tecniche di lavorazione, i saperi tradizionali e le memorie storiche. L’altra colonna del laboratorio è rappresentata da Antonella Rossi, classe 1966, la quale inizia a lavorare alla S.U.V. adolescente, nell’estate del 1981, inizialmente per quello che doveva essere solo un lavoro estivo. In laboratorio conosce Salvatore, si sposano, il lavoretto estivo diventa la sua vita e lavora in laboratorio per circa 44 anni, divenendo negli ultimi anni anche socia della ditta. Dal suo racconto di vita emerge che il suo primo compito alla S.U.V. è stato al reparto confezionamento (passare al setaccio le perle per dividere i vari calibro, creare i manufatti secondo i modelli di campionario, preparare il lavoro per coloro che lavoravano da casa). Riferisce che da Oscar Sito, ha imparato tutto. Antonella non era estranea al mondo delle perle di vetro: la madre e la zia erano #perlere# e lavoravano a casa. Luciana, madre di Antonella, ha iniziato a lavorare nel campo delle perle di vetro a 8 anni, nel 1948, come garzona addetta a tagliare la parte apicale dei tubicini di rame in cui sono infilate le perle, raddrizzare il rimanente tubicino e fare eventuali giunte per sfruttare il più possibile il bastoncino. Sua zia era una #mistra#, nel campo delle perle, raccoglieva commesse di lavoro da diverse ditte, assegnava il lavoro svolto a casa e lo consegnava. A 13 anni Luciana inizia a creare perle insieme alla sorella Anna. Antonella da bambina osservava mamma e zia, era attratta dai colori, il fuoco, gli strumenti, apprende “rubando con gli occhi” e a 8 anni realizza la sua prima perla che ricorda benissimo: una perla millefiori di 8 mm. Ricorda anche la prima perla realizzata alla S.U.V.: una perla a forma di calla, ripetendo i gesti visti compiere dalla zia. Quando Antonella arriva in ditta è un momento favorevole alla produzione, c’è molta richiesta, da lì a breve anche la madre e la zia vengono assunte. La rete famigliare all’interno del laboratorio cresce e si consolida ancora di più. Dai dati raccolti sul campo emerge inoltre che la zia Anna era anche un abile #tiravette#: #perlera# che realizza al cannello fili sottilissimi di vetro, tratti da vetro fatto rammollire a lume, tirando il vetro manualmente, e come spesso accadeva in quegli anni, anche a mani nude (oggi si usano delle pinze). Antonella ricorda benissimo le bolle e i calli sulle mani della zia. La zia lavorerà fino all’età di 75 anni. Anche Antonella “tira” le vette da sé ma con l’uso degli strumenti e riferisce che da giovane qualche volta era aiutata da Salvatore, per fare fili di vetro sottili e lunghi. La mamma Luciana non voleva che Antonella diventasse #perlera#, troppi sacrifici, ma per Antonella il richiamo del fuoco e del vetro erano troppo forti. Madre e figlia hanno lavorato per molto tempo insieme, nella stessa stanza, nelle loro rispettive postazioni. Il loro rapporto era strettissimo, Luciana ha lavorato fino alla sua scomparsa a 78 anni. La perla nella quale era specializzata è la perla a forma di doppio cono. Ogni perla a doppio cono presente in laboratorio oggi, parla di lei. Il suo banco, alla S.U.V., è ancora come lei lo aveva organizzato. In particolare, Antonella ha conservato la protezione fai da te (cotone e cartone) che la madre usava per il pollice della mano sinistra, divenuto un oggetto di affezione e carico di risonanza. Parlando del suo lavoro, Antonella ribadisce quanto nell’apprendistato sia fondamentale “stare vicino a”, osservare, guardare, provare. Tenere il #rame#, la canna, non bruciare il #rame#, non scottarsi, “devi fare amicizia con il fuoco”: non è così facile, avvicinarsi al fuoco, “l’occhio deve saper dosare e togliere e lì si comincia, poi è l’esperienza, ma è importante avere una persona di supporto all’inizio”, come la madre e la zia lo sono state per lei. Conclude dicendo: “dà senso alla propria vita: è una seduzione a cui si cede, ti lega per sempre” 
Il coltello è composto da una lama la cui estremità è molto usurata, come pure il tagliente presenta diverse irregolarità dovute all’uso; il dorso invece è ben visibile. Manico cilindrico 
cortèo 
Venezia (VE) 
0500736815 
Coltello per rifinitura perle di vetro lavorazione a lume 
proprietà privata 
metallo 
modellatura a stampo 

data from the linked data cloud

Licensed under Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0). For exceptions see here