tamiso (Setaccio per selezionare calibri perle di vetro, STRUMENTI E ACCESSORI)
https://w3id.org/arco/resource/DemoEthnoAnthropologicalHeritage/0500736816 an entity of type: DemoEthnoAnthropologicalHeritage
Setaccio per selezionare calibri perle di vetro, bene complesso/ serie
tamiso (Setaccio per selezionare calibri perle di vetro, STRUMENTI E ACCESSORI)
tamiso (Setaccio per selezionare calibri perle di vetro, STRUMENTI E ACCESSORI)
Il setaccio in ferro è composto da due telai rotondi, uno dentro l’altro, a cui applicare reti con maglie in ferro intercambiabili. Le maglie sono costituite da fori il cui calibro varia a scalare. Un esemplare presenta un telaio in alluminio e maglie in plastica
tamiso (Setaccio per selezionare calibri perle di vetro, bene complesso/ serie)
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Fonti storiche concordano nel sottolineare come i progressivi cambiamenti sociali, economici e culturali, uniti all’incremento della richiesta di perle di vetro, portarono, da metà Ottocento, a una progressiva femminilizzazione del lavoro delle perle a lume sia a domicilio che all’interno laboratori, ribaltando la situazione che vedeva il lavoro a lume come prevalentemente maschile, tanto che oggi, il numero di #perlere# è maggiore di quello dei #perleri#. La stanza dove usualmente le #perlere# lavoravano da casa è la cucina, le motivazioni della scelta sono molteplici, tra le quali, la possibilità di seguire contemporaneamente altre attività muliebri e la possibilità di usufruire di utensili già presenti e a disposizione. La cucina, con le sue dotazioni e le attività che ivi si svolgevano quotidianamente, non è stata un luogo neutro, si è creato un nesso tra #perlera#-luogo che ha influenzato il suo lavoro a lume per quanto riguarda la strumentazione, le tecniche di lavorazione, le denominazioni in lingua vernacolare. Una ricerca condotta dalla dott.ssa Cristina Bedin, former President del Comitato per la Salvaguardia dell’Arte delle Perle Veneziane, esposta durante il World Tourism Event di Padova nel 2021, ha evidenziato questa articolata sinergia. Il suo intervento, intitolato “L’arte della perla di vetro patrimonio UNESCO ICH: le perle di vetro e i legami con la cucina e il cucito”, restituisce molti elementi interessanti che coinvolgono sia la lavorazione delle perle a lume (in cucina), sia l’infilatura delle perline a semenza #conterie# eseguito dalle #impiraresse# (in casa o sull’uscio). Concentrandoci principalmente sulla lavorazione a lume, si deve innanzitutto segnalare l’utilizzo di diversi utensili presi in prestito dalla cucina. La forchetta, #piròn#, per strinare le perle, il cucchiaio, #scugèr#, e il cucchiaino, #scugiarìn#, per arrotondare la perla, il coltello, #corteo#, per rifinire le estremità delle perle, il macinino da caffè per ridurre in graniglia pezzettini di vetro, la teglia per le lasagne, posizionata sotto alla fiamma, per raccogliere schegge di vetro. Ancora la piastra del ferro da stiro per modellare, lo spiedo, #speo#, per raccogliere sezioni di #canna# vitrea, la pattumiera, #scoassera#, diventata il termine con cui chiamare il contenitore con materiale ignifugo per raffreddare le perle, il piatto, #piato# di ferro, che può essere posizionato nella zona di rammollimento ma anche quello, più piccolo, sopra al cannello o Becco Bunsen, per modellare a mano libera (altre volte detto #bronzin#), il mestolo di legno per prendere e mettere le perle a raffreddare, la grattugia, #gratacasa#, per un effetto bugnato. E ancora la paletta, #paeta#, usata per girare, alzare e porzionare gli alimenti, nella lavorazione a lume, può designare strumenti per modellare e appiattire, le forbici, #forfe#, anch’esse mutuate della cucina. Il setaccio, #tamiso#, usato per selezionare i vari calibri delle perle. Il setaccio si usa anche per lo #spolvero#, la polvere di vetro, rimasta dopo la frantumazione di pezzi di vetro e riusata in alcune lavorazioni. Durante l’intervento si è fatto presente che la creazione di perle con il #pestaccio#, i rimasugli della giornata (monconi di bacchette di vetro troppo corti, schegge, perle difettate…) nella terminologia anglofona vengono denominate “end of the day beads”, perle della fine del giorno. Avanzando nel tempo, si trovano il tostapane orizzontale, per scaldare pezzi di #canna#, vari tipi di padelle usate per ammorbidire pezzi di vetro. La zona di rammollimento con la pietra refrattaria può essere chiamata #forneo#, fornello. La preparazione di alimenti ha verosimilmente ispirato la lavorazione di una perla con una sorta di impanatura finale nel #pestaccio#, un ultimo giro nella polvere di vetro; forse anche le perle sommerse (in cui l’ultimo strato è di vetro trasparente e sono stratificazioni di vetro e decori) sono state ispirate da alimenti immersi in acqua per la cottura o da altre preparazioni. La cucina non è solo il luogo dove cucinare, ma, ad esempio, cucire, ricamare. Vi erano delle particolari perle, dette a gomitolo, la cui lavorazione (con #vette# attorcigliate) e conseguente aspetto esteriore, richiamavano i gomitoli di lana. Soprattutto la parte dell’infilatura di perline a semenza ha mutuato molti temini dal cucito e dalla tessitura, basti solo citare, in questa sede, l’#agada# il ventaglio di aghi per infilare le perline e il termine #vetta# usato nella lavorazione a lume per i fili di vetro utilizzati per decoro. Sconfinando ancora nel campo delle infilatrici, le #impiraresse# di perline a semenza, si ricorda che #impirar# infilare, deriva da #piròn# forchetta, che un tipo di perline è denominata “cremette”, perché la loro forma romboidale richiama un dolce tipico veneziano, la crema fritte alla veneziana, che molto spesso è a forma di rombo. Il setaccio, #tamiso#, invece serviva per liberare i fori delle minuscole perline da sabbia e crusca usate per tappare i fori durante una delle fasi di realizzazione delle #conterie# e lo #spolvero# era il residuo di questo setacciamento (BEDIN 2021 WTE Padova Sala Anziani del Palazzo della Ragione)
Durante la ricerca si è reso evidente come la realizzazione di perle a lume sia solo una delle fasi di lavoro all’interno di un laboratorio artigianale. Lo stesso laboratorio S.U.V. presenta una suddivisione dei suoi spazi legati alle diverse mansioni. Una volta create le perle, fatte raffreddare ed eliminato il residuo di tondino di rame su cui erano avvolte, si procede al confezionamento di monili seguendo i modelli di campionario della ditta o creando manufatti personalizzati. A compiere tale operazione vi erano persone addette, in una stanza dedicata, con scaffali e contenitori dove le varie tipologie di perle pronte potevano essere custodite. Antonella Rossi, #perlera# e socia della ditta S.U.V., ha iniziato da adolescente proprio dal reparto di confezionamento nel 1981. Riferisce che uno dei suoi primi compiti, solitamente il lunedì, era quello di #tamisàre#, setacciare le perle e raggrupparle a seconda del calibro. Infatti, nella ideazione di un monile, sia esso una collana, un bracciale o degli orecchini, normalmente vengono ben identificati, oltre al numero, alla tipologia, al colore delle perle, anche i calibri. Spesso in uno stesso monile vi sono perle in gradazione di grandezza o alternate. Inoltre, come riporta Antonella, il titolare, Oscar Sito, all’epoca in cui dirigeva la ditta, era molto rigoroso in merito a questa operazione, perché il manufatto finale doveva essere perfetto. La fase di selezione, tramite il #tamiso#, è quindi molto importante e può essere anche praticata per selezionare le dimensioni della graniglia di vetro frantumata con il mortaio (ad esempio per i blocchi di vetro avventurina). Per un miglior inquadramento del bene catalogato e della sua biografia culturale, si riporta brevemente la storia del laboratorio artigianale S.U.V. e delle famiglie coinvolte. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il napoletano Umberto Scognamiglio decide di trasferirsi a Trieste dove lavora come venditore di sacchettini di porporina utilizzati per ridonare la giusta patina ai tubi delle stufe a legna. Dopo pochi anni da Trieste si trasferisce a Venezia, alla ricerca di un nuovo lavoro, lì incontra in zona Cannaregio un amico napoletano grossista in cerca di produttori di perle di vetro. Umberto, mosso da una grande intraprendenza imprenditoriale, si offre di procurale lui stesso e in un mese riesce ad avviare una piccola produzione nel magazzino di casa e presentare un campionario. L’alta qualità delle perle prodotte gli permette in breve tempo di crescere in questo settore, trasferendo la produzione della Scognamiglio Umberto Venezia (S.U.V.) prima a San Giobbe, in Calle delle Canne, poi in area ex Staffa e infine, nel 1966 circa, nell’attuale sede sempre in zona Cannaregio ingrandendosi sempre più. Nel frattempo, la moglie e i figli raggiungono Umberto a Venezia. La figlia Rosa collabora nell’attività di famiglia. Da Napoli arriva anche il ventottenne Oscar Sito, marito di Rosa, il quale inizia a collaborare nella ditta del suocero e vi rimarrà fino alla sua scomparsa a 86 anni. Una rete parentale forte e coesa che ha favorito il successo del laboratorio. Le testimonianze orali rilevano che oltre all’attività di creazione di diverse tipologie di perle di vetro e confezionamento di bijoux con le suddette, Umberto e Oscar si dedicavano anche ai cosiddetti bagni di smalto delle perle: la perla smaltata infatti era richiesta dal mercato negli anni Sessanta e Settanta (alcune perle di vetro semplice, color bianco alabastro, venivano infilate in una specie di pettine in legno e immerse in bagni di smalto colorati). Per un periodo, oltre ai dipendenti in laboratorio, vi erano anche collaboratrici che lavoravano a domicilio. Nel 2008 circa, dopo la scomparsa di Oscar e la riduzione delle richieste di mercato, la S.U.V. ha ridotto parzialmente i suoi spazi ma nonostante ciò, il laboratorio è rimasto molto vasto, suddiviso in vari comparti: una zona di rappresentanza e esposizione campionario, una zona di realizzazione delle perle con le postazioni delle #perlere# e dei #perleri#, una per il confezionamento, una per la molatura, il taglio delle canne di vetro e la creazione di piastre di vetro, i depositi, gli spogliatoi e la zona pranzo e relax. La tradizione familiare prosegue grazie ai due figli di Oscar, attivamente presenti, Gaetano sarà rappresentante per diversi anni prima di ritirarsi e soprattutto Salvatore, che, come riferisce, “nato e vissuto nel laboratorio”, inizia da adolescente con piccole mansioni, poi una collaborazione fissa dall’età di 24 anni diventando la colonna portante della ditta fino a che, a causa di problemi di salute, la ditta ha chiuso la produzione nel 2022. Salvatore non crea fisicamente le perle, ma si occupa della progettazione, studio, ricerca, sperimentazione oltre che alla commercializzazione italiana ed estera. La sua creatività si traduce in tipologie di perle molto scenografiche, di altissima qualità e con colorazioni particolari (anche per l’uso di canne di vetro del deposito degli anni Trenta e Quaranta oggi impossibili da riprodurre) i cui nomi si rifanno a libri, musiche, ricerche che le hanno ispirate (es. Marco Polo, Canova, Karma, Fenicia…). Dai suoi racconti emerge chiaramente come sia innamorato di questo mestiere e come fare perle, e le perle, pervadano ogni aspetto della sua vita, fanno parte del suo essere. Nella comunità dei detentori del saper fare, lui e la sua famiglia sono considerati un esempio e un punto di riferimento. I tre figli di Salvatore hanno intrapreso percorsi lavorativi diversi. Attualmente il laboratorio resta a disposizione per dimostrazioni al fine di diffondere la conoscenza delle varie tecniche di lavorazione, i saperi tradizionali e le memorie storiche. L’altra colonna del laboratorio è rappresentata da Antonella Rossi, classe 1966, la quale, come già accennato, inizia a lavorare alla S.U.V. adolescente, nell’estate del 1981, inizialmente per quello che doveva essere solo un lavoro estivo. In laboratorio conosce Salvatore, si sposano, il lavoretto estivo diventa la sua vita e lavora in laboratorio per circa 44 anni, divenendo negli ultimi anni anche socia della ditta. Dal suo racconto di vita emerge che il suo primo compito alla S.U.V. è stato al reparto confezionamento (passare al setaccio le perle per dividere i vari calibro, creare i manufatti secondo i modelli di campionario, preparare il lavoro per coloro che lavoravano da casa). Riferisce che da Oscar Sito, ha imparato tutto. Antonella non era estranea al mondo delle perle di vetro: la madre e la zia erano #perlere# e lavoravano a casa. Luciana, madre di Antonella, ha iniziato a lavorare nel campo delle perle di vetro a 8 anni, nel 1948, come garzona addetta a tagliare la parte apicale dei tubicini di rame in cui sono infilate le perle, raddrizzare il rimanente tubicino e fare eventuali giunte per sfruttare il più possibile il bastoncino. Sua zia era una #mistra#, nel campo delle perle, raccoglieva commesse di lavoro da diverse ditte, assegnava il lavoro svolto a casa e lo consegnava. A 13 anni Luciana inizia a creare perle insieme alla sorella Anna. Antonella da bambina osservava mamma e zia, era attratta dai colori, il fuoco, gli strumenti, apprende “rubando con gli occhi” e a 8 anni realizza la sua prima perla che ricorda benissimo: una perla millefiori di 8 mm. Ricorda anche la prima perla realizzata alla S.U.V.: una perla a forma di calla, ripetendo i gesti visti compiere dalla zia. Quando Antonella arriva in ditta è un momento favorevole alla produzione, c’è molta richiesta, da lì a breve anche la madre e la zia vengono assunte. La rete famigliare all’interno del laboratorio cresce e si consolida ancora di più. Dai dati raccolti sul campo emerge inoltre che la zia Anna era anche un abile #tiravette#: #perlera# che realizza al cannello fili sottilissimi di vetro, tratti da vetro fatto rammollire a lume, tirando il vetro manualmente, e come spesso accadeva in quegli anni, anche a mani nude (oggi si usano delle pinze). Antonella ricorda benissimo le bolle e i calli sulle mani della zia. La zia lavorerà fino all’età di 75 anni. Anche Antonella “tira” le vette da sé ma con l’uso degli strumenti e riferisce che da giovane qualche volta era aiutata da Salvatore, per fare fili di vetro sottili e lunghi. La mamma Luciana non voleva che Antonella diventasse #perlera#, troppi sacrifici, ma per Antonella il richiamo del fuoco e del vetro erano troppo forti. Madre e figlia hanno lavorato per molto tempo insieme, nella stessa stanza, nelle loro rispettive postazioni. Il loro rapporto era strettissimo, Luciana ha lavorato fino alla sua scomparsa a 78 anni. La perla nella quale era specializzata è la perla a forma di doppio cono. Ogni perla a doppio cono presente in laboratorio oggi, parla di lei. Il suo banco, alla S.U.V., è ancora come lei lo aveva organizzato. In particolare, Antonella ha conservato la protezione fai da te (cotone e cartone) che la madre usava per il pollice della mano sinistra, divenuto un oggetto di affezione e carico di risonanza. Parlando del suo lavoro, Antonella ribadisce quanto nell’apprendistato sia fondamentale “stare vicino a”, osservare, guardare, provare. Tenere il #rame#, la canna, non bruciare il #rame#, non scottarsi, “devi fare amicizia con il fuoco”: non è così facile, avvicinarsi al fuoco, “l’occhio deve saper dosare e togliere e lì si comincia, poi è l’esperienza, ma è importante avere una persona di supporto all’inizio”, come la madre e la zia lo sono state per lei. Conclude dicendo: “dà senso alla propria vita: è una seduzione a cui si cede, ti lega per sempre”
Il setaccio in ferro è composto da due telai rotondi, uno dentro l’altro, a cui applicare reti con maglie in ferro intercambiabili. Le maglie sono costituite da fori il cui calibro varia a scalare. Un esemplare presenta un telaio in alluminio e maglie in plastica
tamiso
Venezia (VE)
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Setaccio per selezionare calibri perle di vetro
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