Registro laboratorio S.U.V. perle di vetro, STRUMENTI E ACCESSORI
https://w3id.org/arco/resource/DemoEthnoAnthropologicalHeritage/0500736817 an entity of type: DemoEthnoAnthropologicalHeritage
Registro laboratorio S.U.V. perle di vetro
Registro laboratorio S.U.V. perle di vetro, STRUMENTI E ACCESSORI
Registro laboratorio S.U.V. perle di vetro, STRUMENTI E ACCESSORI
Il registro presenta una forma quadrangolare, un corpo composto da una serie di fogli stampati, una prima di copertina con iscrizioni. All’interno presenta annotazioni scritte a mano che riguardano la composizione dei diversi monili prodotti dal laboratorio S.U.V. nel corso degli anni, numerati in modo progressivo
Registro laboratorio S.U.V. perle di vetro
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Il bene catalogato è stato scelto come maggiormente rappresentativo, tra una serie di oggetti di affezione presenti nel laboratorio S.U.V. All’interno di un più ampio rinnovamento degli studi inerenti alla cultura materiale, si collocano diverse teorie che riflettono sul rapporto tra soggetto e oggetto, tra materialità e simboli. Per una puntuale catalogazione del bene materiale e per una più esaustiva comprensione del conteso culturale in cui è inserito, si è quindi inclusa l’indagine di come quel particolare bene materiale partecipi attivamente nel processo di sviluppo della soggettività e all’espressione dell’identità familiare. Gli oggetti di affezione, teorizzati da Pietro Clemente, sono cose di uso comune che si caricano di un particolare valore emotivo per il loro rapporto con il passato, con situazioni o con persone specifiche. Le storie incorporate in un preciso oggetto ne determinano il valore, inoltre, nel caso del registro, è evidente anche il suo ruolo nella costruzione di una continuità verticale con i predecessori: ogni angolo della ditta, e molti oggetti che contiene, rimandano ad aneddoti e memorie condivise. Il registro iniziato da Oscar Sito è definito dai familiari: “la nostra Bibbia”. La scelta del termine non è affatto casuale. Questo paragone riflette l’enorme considerazione che ripongono nell’oggetto divenuto segno tangibile della loro storia, guida a cui rivolgersi e da cui trarre ispirazione. Il registro possiede una sua autorevolezza, i familiari vi si approcciano con rispetto. L’oggetto ne porta i segni tangibili: le pagine sono aggiustate, più volte, sgualcite, sbiadite non solo dal normale trascorrere del tempo, ma dalle tante volte in cui è stato consultato, accarezzato, sfogliato per alimentare il legame. Rappresenta uno stimolo a raccontare non solo le tipologie di perle e di monili realizzati nel tempo dal laboratorio, ma a ricordare i propri antenati, le loro parole, il loro spirito, il loro lavoro. Parlando del registro, le persone trasmettono dettagli sulle pratiche, sulla divisione dei compiti, sui ritmi di lavoro all’interno del laboratorio come, ad esempio, l’operazione di selezione dei calibri delle perle con il #tamiso#. Un determinato numero di articolo porta a dettagliare l’organizzazione e le dotazioni strumentali dei vari reparti come l’attività di smaltare le perle, i #bagni alle perle#, in uso nei primi anni. Altre pagine sono lo stimolo per raccontare la proverbiale precisione maniacale di Oscar. Il registro è come un ancora di emozioni e ricordi legati a Oscar, e fornisce il la per ulteriori livelli di narrazione da parte del figlio Salvatore sul suo rapporto con le perle di vetro. Emerge, ad esempio, come fin da bambino fosse stato stimolato dal padre, che gli dava delle perle da tenere in tasca, a toccare, osservare, leggere, amare le perle di vetro (DEI MELONI 2015)
Il bene catalogato è un registro dei diversi monili prodotti dalla S.U.V. nel periodo che va, indicativamente, tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta. Scritto a mano, riporta per numeri di articoli progressivi, la composizione (tipologia di perle, colore, calibro, etc.) dei bijoux realizzati con le perle di vetro create in laboratorio. In aggiunta, presenta, in diversi punti, schizzi di collane. Il registro si configura come un oggetto denso di significati, importantissimo sotto molti punti di vista: documenta alcune creazioni non più realizzate o realizzabili, attesta un momento storico preciso nella vita della ditta, ma soprattutto rappresenta un oggetto di affezione per la famiglia artigiana. Prima di riportare gli aspetti emersi dalla rilevazione sul campo riferiti direttamente al registro, è indispensabile riportare brevemente la storia del laboratorio artigianale S.U.V. e delle famiglie coinvolte, così come sono emerse dal racconto di vita del titolare. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il napoletano Umberto Scognamiglio decide di trasferirsi a Trieste dove lavora come venditore di sacchettini di porporina utilizzati per ridonare la giusta patina ai tubi delle stufe a legna. Dopo pochi anni da Trieste si trasferisce a Venezia, alla ricerca di un nuovo lavoro, lì incontra in zona Cannaregio un amico napoletano grossista in cerca di produttori di perle di vetro. Umberto, mosso da una grande intraprendenza imprenditoriale, si offre di procurale lui stesso e in un mese riesce ad avviare una piccola produzione nel magazzino di casa e presentare un campionario. L’alta qualità delle perle prodotte gli permette in breve tempo di crescere in questo settore, trasferendo la produzione della Scognamiglio Umberto Venezia (S.U.V.) prima a San Giobbe, in Calle de le Canne, poi in area ex Staffa e infine, nel 1966 circa, nell’attuale sede sempre in zona Cannaregio ingrandendosi sempre più. Nel frattempo, la moglie e i figli raggiungono Umberto a Venezia. La figlia Rosa collabora nell’attività di famiglia. Da Napoli arriva anche il ventottenne Oscar Sito, marito di Rosa, il quale inizia a collaborare nella ditta del suocero e vi rimarrà fino alla sua scomparsa a 86 anni. Una rete parentale forte e coesa che ha favorito il successo del laboratorio e l’espandersi dell’attività. Le testimonianze orali rilevano che oltre alla creazione di diverse tipologie di perle di vetro e confezionamento di gioielli con le suddette, Umberto e Oscar si dedicavano anche ai cosiddetti “bagni di smalto” delle perle: la perla smaltata infatti era richiesta dal mercato negli anni Sessanta e Settanta. La lavorazione consiste nel creare perle di vetro semplice, di solito di colore bianco alabastro, che venivano infilate in delle specie di pettini in legno e immerse in bagni di smalto di vario colore. Per un periodo, oltre ai dipendenti in laboratorio, vi erano anche collaboratrici che lavoravano a domicilio. Nel 2008 circa, dopo la scomparsa di Oscar e la riduzione delle richieste di mercato, la S.U.V. ha ridotto parzialmente i suoi spazi ma nonostante ciò, il laboratorio è rimasto molto esteso, suddiviso in vari comparti: una zona di rappresentanza e esposizione del campionario, una zona di realizzazione delle perle con le postazioni delle #perlere/i#, una per il confezionamento, una per la molatura, il taglio delle canne di vetro e la creazione di piastre di vetro, oltre ai depositi, agli spogliatoi e alla zona pranzo e relax. La tradizione familiare prosegue grazie ai due figli di Oscar, attivamente presenti: Gaetano sarà rappresentante per diversi anni prima di ritirarsi e soprattutto Salvatore, che, come riferisce, “nato e vissuto nel laboratorio”, inizia da adolescente prima con piccole mansioni, poi con una collaborazione fissa dall’età di 24 anni diventando la colonna portante dell’attività fino a che, a causa di problemi di salute, la ditta ha chiuso la produzione nel 2022. Salvatore non crea fisicamente le perle, ma si occupa della progettazione, studio, ricerca, sperimentazione oltre che alla commercializzazione italiana ed estera. La sua creatività si traduce in tipologie di perle molto scenografiche, di altissima qualità e con colorazioni particolari (anche per l’uso di #canne# di vetro del suo deposito degli anni Trenta, Quaranta oggi impossibili da riprodurre per i cambiamenti intervenuti nella composizione chimica) i cui nomi si rifanno a libri, musiche, ricerche che le hanno ispirate (es. Marco Polo, Canova, Karma, Fenicia…). Le fonti orali rimarcano che la maggior parte delle perle della S.U.V., sono create con #canne# vecchie. Dal suo racconto di vita emerge chiaramente come sia innamorato di questo mestiere e come fare perle, e le perle stesse, pervadano ogni aspetto della sua vita, facciano parte del suo essere. All’interno della comunità dei detentori del saper fare, lui e la sua famiglia sono considerati un esempio e un punto di riferimento. I tre figli di Salvatore hanno intrapreso percorsi lavorativi diversi. Attualmente il laboratorio resta a disposizione per dimostrazioni al fine di diffondere la conoscenza delle varie tecniche di lavorazione, i saperi tradizionali e le memorie storiche. L’altra colonna del laboratorio è rappresentata da Antonella Rossi, classe 1966, la quale inizia a lavorare alla S.U.V. adolescente, nell’estate del 1981, inizialmente per quello che doveva essere solo un lavoro estivo. In laboratorio conosce Salvatore, si sposano, il lavoretto estivo diventa la sua vita e lavora in laboratorio per circa 44 anni, divenendo negli ultimi tempi anche socia della ditta. Dal suo racconto di vita emerge che il suo primo compito alla S.U.V. è stato al reparto confezionamento (passare al setaccio le perle per dividere i vari calibri, creare i manufatti secondo i modelli di campionario, preparare il lavoro per coloro che lavoravano da casa). Riferisce che da Oscar Sito, il suocero, ha imparato tutto. Antonella non era estranea al mondo delle perle di vetro: la madre e la zia erano #perlere# e lavoravano a casa. Luciana, madre di Antonella, ha iniziato a lavorare a 8 anni, nel 1948, come garzona addetta al taglio della parte apicale dei tubicini di rame in cui sono infilate le perle, a raddrizzare il rimanente tubicino e a fare eventuali giunte tra tubicini sempre più corti per sfruttare il più possibile il rame e non sprecarlo. Sua zia era una #mistra#, nel campo delle perle, raccoglieva commesse di lavoro da diverse ditte, assegnava il lavoro a donne che lavoravano a domicilio e lo consegnava ai committenti. A 13 anni Luciana inizia a creare perle insieme alla sorella Anna. Antonella da bambina osservava mamma e zia, era attratta dai colori, dal fuoco, dagli strumenti, apprende l’arte “rubando con gli occhi” e a 8 anni realizza la sua prima perla che ricorda benissimo: una perla millefiori di 8 mm. Ricorda anche la prima perla realizzata alla S.U.V.: una perla a forma di calla, ripetendo i gesti visti compiere dalla zia. Quando Antonella arriva in ditta è un momento favorevole alla produzione, c’è molta richiesta, da lì a breve anche la madre e la zia vengono assunte e iniziano a lavorare nelle postazioni del laboratorio. La rete famigliare all’interno del laboratorio cresce e si consolida ancora di più. Dai dati raccolti sul campo emerge inoltre che la zia Anna era anche un abile #tiravette#: #perlera# che realizza al cannello fili sottilissimi di vetro, tratti da vetro fatto rammollire a lume, tirando il vetro manualmente, e come spesso accadeva in quegli anni, anche a mani nude (oggi si usano delle pinze). Antonella ricorda benissimo le bolle e i calli sulle mani della zia. La zia lavorerà fino all’età di 75 anni. Anche Antonella “tira” le vette da sé ma con l’uso degli strumenti (pinze appuntite) e riferisce che da giovane qualche volta era aiutata anche da Salvatore, in due si potevano fare fili di vetro sottili e più lunghi. La mamma Luciana non voleva che Antonella diventasse #perlera#, troppi sacrifici, ma per Antonella il richiamo del fuoco e del vetro erano troppo forti. Madre e figlia hanno lavorato per molto tempo insieme, nella stessa stanza, sedute nelle rispettive postazioni. Il loro rapporto era strettissimo, Luciana ha lavorato alla S.U.V. fino alla sua scomparsa a 78 anni. La perla nella quale era più specializzata è la perla a forma di doppio cono. Ogni perla a doppio cono presente in laboratorio oggi, parla di lei. Il suo banco, alla S.U.V., è ancora come lei lo aveva organizzato, nessuno ha toccato nulla. In particolare, Antonella ha conservato la protezione “fai da te” (cotone e cartone) che la madre usava per il pollice della mano sinistra, divenuto un oggetto di affezione carico di risonanza. Parlando del suo lavoro, Antonella ribadisce quanto nell’apprendistato sia fondamentale “stare vicino a”, osservare, guardare, provare. Tenere il tubicino di rame e muoverlo correttamente, impugnare la canna, non bruciare il #rame#, non scottarsi: “devi fare amicizia con il fuoco”, “non è così facile, avvicinarsi al fuoco”, “l’occhio deve saper dosare e togliere e lì si comincia, poi è l’esperienza, ma è importante avere una persona di supporto all’inizio”, come la madre e la zia lo sono state per lei. Conclude dicendo: “dà senso alla propria vita: è una seduzione a cui si cede, ti lega per sempre”. Ritornando al bene catalogato, durante le rilevazioni, è emerso che il luogo che ospita il laboratorio era precedentemente la sede dell’ufficio postale di zona. Infatti, il registro dei monili, iniziato da Oscar e continuato da Salvatore, è una chiara rifunzionalizzazione di un memoriale dell’ufficio postale, come appare chiaramente dalla copertina, con datazione di qualche anno precedente il trasferimento della S.U.V. in quei locali. Come è stato riferito oralmente, erano stati dimenticati, o volutamente abbandonati, nei locali svuotati, elementi cartacei che sono stati riutilizzati dai nuovi arrivati. Il registro documenta un momento storico importante nella vita della ditta e della famiglia Sito, il trasferimento nei locali di Cannaregio dove ancora oggi è ubicata. In questi spazi si sono sedimentati nel corso degli anni vicende lavorative e familiari. La S.U.V. non è solo un ambiente fisico ma luogo di pratiche, azioni che lì si sono svolte e si svolgono, percezioni, rappresentazioni. Dai racconti emerge un tessuto di micro-esperienze, di nodi significativi e significanti. Ad esempio, Antonella riferisce, sfiorando una pagina, che nell’estate del 1981, quando iniziò a lavorare in ditta, erano arrivati all’articolo n. 5831: “collana 20 bacchette zigrinate piccole, 9 perle 8mm mosaico con coppette”. Lei, che aveva iniziato proprio al reparto confezionamento, quel registro lo ha consultato molto, fino ad arrivare a conoscere a memoria la composizione di molti monili. Il registro, quindi, costituisce una sorta di cornice al cui interno si riuniscono momenti ed esperienze vissute legate alla lavorazione delle perle a lume e alla vita quotidiana, mantenute vive e intense proprio a partire dall’oggetto
Il registro presenta una forma quadrangolare, un corpo composto da una serie di fogli stampati, una prima di copertina con iscrizioni. All’interno presenta annotazioni scritte a mano che riguardano la composizione dei diversi monili prodotti dal laboratorio S.U.V. nel corso degli anni, numerati in modo progressivo
Registro laboratorio S.U.V. perle di vetro
Venezia (VE)
0500736817
Registro laboratorio S.U.V. perle di vetro
proprietà privata
carta
tecniche varie