pinsa (Pinza per modellare elementi di vetro, STRUMENTI E ACCESSORI)

https://w3id.org/arco/resource/DemoEthnoAnthropologicalHeritage/0500736820 an entity of type: DemoEthnoAnthropologicalHeritage

Pinza per modellare elementi di vetro
pinsa (Pinza per modellare elementi di vetro, STRUMENTI E ACCESSORI) 
pinsa (Pinza per modellare elementi di vetro, STRUMENTI E ACCESSORI) 
La pinza si presenta come una leva di primo grado: da un lato due manici opposti dove apportare la forza, dall’altro la testa con lo stampo, composto da due metà: una cava, più grande, l’altra, in rilevo, più piccola. Insieme, chiuse, imprimono il motivo di una sorta di fiore campanulato con cinque petali. Sulla metà cava, presenza di un interstizio per far passare il tondino di metallo su cui è avvolto il vetro molle. Le due parti dello stampo sono fissate ai bracci da viti. Il tutto è trattenuto da un perno, scentrato verso la resistenza, ovvero verso la zona di modellamento. Nella parte interna di uno dei manici, una specie di molla, guida dell'apertura e chiusura, formata da una fascia piatta in ferro ondulata larga pochi millimetri 
pinsa (Pinza per modellare elementi di vetro, STRUMENTI E ACCESSORI) 
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Il bene in esame è direttamente collegato alla figura professionale della #perlera/èr#: quest’ultima, grazie ai saperi, abilità, pratiche incorporate apprese e consolidate nel tempo, e servendosi di determinati strumenti, crea artigianalmente le perle di vetro. La perla in sé, la cui attestazione risale già dall’Età del Bronzo, presenta molti e significativi aspetti, basti pensare al suo ruolo economico in diversi contesti, ai possibili impieghi come ornamento, come simbolo di status, al suo ruolo in riti di passaggio o in rituali apotropaici, solo per citare alcuni esempi. In questa sede però appare opportuno, più che soffermarsi sul manufatto o approfondire come e quando la millenaria tradizione della lavorazione del vetro giunse e si sviluppò a Venezia (il più antico documento attestante la produzione in città è datato 983 d.C.), ricostruire, seppur brevemente, la storia di questa peculiare figura professionale. Confrontando diverse fonti scritte, si evidenzia l’esistenza di alcuni precorritori. Innanzitutto, coloro che fabbricavano i cosiddetti “veriselli” o #verixélli#, termine usato per indicare gemme in vetro ad imitazione di quelle vere molto usati alla fine del Medioevo. Nel 1319, questi oggetti sono esplicitamente citati nel Capitolare dell’“Arte delli Christallieri”, ma le fonti concordano nel ritenere che sicuramente la loro produzione fosse ben attestata a Venezia già negli anni precedenti. Oltre ai #verixélli# producevano anche i cosiddetti “paternostri” che in veneziano indicano i grani del rosario e i loro creatori erano definiti #paternostrèri#. Si segnala che l’abilità nella creazione di perle di vetro a imitazione di pietre naturali era tale che la Serenissima predispose articolate regole e controlli nella commercializzazione delle suddette perle sul suo territorio, in particolare se accompagnate da montature in oro. Vi era però anche una seconda categoria di progenitori: i “cristallieri”, quest’ultimi, per creare i grani, lavoravano a freddo, attraverso molatura di cilindretti di #canna# di vetro forata, mentre i #paternostrèri# lavoravano i cilindretti a caldo. Nel 1511 l’“Arte dei #paternostrèri#” viene inclusa e aggiunta a quella dei “cristallieri” che diventa “Arte delli Christallieri et Paternostèri”. È noto che durante tutto il Cinquecento la richiesta di perle di vetro divenne altissima, a causa dell’espansione coloniale con l’apertura di nuovi e vasti mercati come, ad esempio, verso le Americhe e l’Africa. Intanto si fa strada a Murano la produzione di una nuova tipologia di #paternostri#, più piccoli, creati da #canna# forata e lavorate a “ferazza” o “feraccia”. In commercio si potevano quindi trovare perle create con gli #spei da paternostri#, bastoncini in cui infilare cilindretti di #canna# forata per arroventarla a caldo, perle create da canna forata sezionata e molata (come, ad esempio, la perla rosetta) o perle create a #ferace# dove i cilindretti di #canna# forata venivano sottoposti a un complesso e lungo procedimento per creare le cosiddette #margaritine#, cioè perline molto piccole, simili a semi (oggi note come #conterie#). Questo procedimento di lavorazione resterà pressoché invariato fino al 1817 con l’introduzione di nuove metodologie. Tornando alla nascente produzione di #margaritine#, quest’ultima si afferma a tal punto che nel 1683 si istituisce ufficialmente l’“Arte dei Margaritéri” con un loro statuto. Come già accennato, per creare le perle, ci si serviva, come materia prima, di bacchette di vetro, #canne# forate e poi tagliate in cilindretti. La dinamicità dei saperi e il fermento creativo del periodo ispirarono una importante novità. Nel tempo ci si rese conto che l’uso di una #canna# di vetro compatta, piena, era molto più consona a essere rammollita al fuoco e poi avvolta. Questa tecnica consentiva la realizzazione di innumerevoli tipologie di perle. Pur non esistendo una data certa sulla nascita di tale tecnica, molti storici affermano che probabilmente si sviluppò verso la fine del Cinquecento. Questo procedimento consisteva nel lavorare a lume, ovvero avvalendosi di una lucerna alimentata da grasso animale e immettendo aria con un mantice e gli artigiani che la utilizzavano vennero denominati #suppialùme#. La prima fonte scritta di questa denominazione è datata 1612 e non avevano una loro corporazione: se all’inizio facevano parte dei #paternostrèri#, verso la metà del Seicento nasce la “Mariegola dei Suppialùme”. Un altro aspetto interessante che emerge dalle fonti storiche è che i #suppialùme#, potevano benissimo lavorare da casa, allestendo facilmente una postazione di lavoro. Nel frattempo inizia gradualmente ad affermarsi una nuova denominazione per questa figura professionale che lavora davanti a una lampada: il #perlèr#. Nel 1670 il passaggio è completato con l’istituzione dell’“Arte dei Perleri”. I #paternostrèri# e i #perleri# continuavano però a condividere i medesimi privilegi (forme di tutela da parte della Repubblica di Venezia). Le fonti indicano che questo proliferare di termini e di relative dispute su chi produceva cosa e come, perdurò fino al 1764 circa quando un documento ufficiale fece chiarezza su alcune nomenclature: il vetraio lavora in fornace, i #margaritèri# a #ferace#, i #perleri# con “la lume”. A complicare ulteriormente la terminologia, si deve aggiunge che il termine #contarie# o #conterie# per molto tempo indicò tutte le tipologie di perle e non solo quelle piccole, a semenza. La crescente concorrenza estera, causata anche dalla fuga di alcune maestranze dell’arte all’estero, contravvenendo alle rigide regole della Serenissima in campo di esclusività dei saperi, causerà un calo progressivo della produzione. A seguire, la caduta della Serenissima, l’arrivo dei francesi, il blocco navale napoleonico, lo scioglimento delle corporazioni portarono un significativo e complesso periodo di crisi settore del vetro che perdurò anche agli inizi dell’Ottocento causando incertezza e molta precarietà. Una timida ripresa nel secondo quarto dell’Ottocento via via si consolida grazie all’intraprendenza dell’emergente borghesia e alle innovazioni tecnologiche. Nel 1840, ad esempio, si introduce l’uso del gas al posto del grasso animale per alimentare il fuoco. In questo periodo nascono ditte a conduzione familiare che impiegano anche lavoratori a domicilio, ditte ben organizzate, spesso su base parentale e familiare. Dalla metà Ottocento si assiste a una vera e propria rinascita causata da una felice contingenza di fattori tra i quali: migliorie nelle strumentazioni, invenzione di nuove tipologie di perle, creazioni di nuovi colori per le bacchette di vetro…Le perle di vetro furono ben accolte dalla moda dell’epoca, la richiesta aumentò esponenzialmente tanto che, fino circa agli anni Trenta, Venezia avrà il monopolio dell’esportazione di #conterie#. Alla fine del XIX secolo nasce la Società Veneziana per l’Industria delle Conterie che riuniva 17 ditte con molti lavoratori dipendenti e a cottimo. La Società chiuderà definitivamente nel 1993 e gli spazi, acquistati dal Comune, sono oggi dedicati a mostre ed eventi temporanei in connessione con il Museo del Vetro di Murano. Nella creazione di perle, non vi era parità di genere, come in molti altri settori: per molto tempo il fabbricante di perle era una professione quasi esclusivamente maschile. I progressivi cambiamenti socio, economici e culturali, uniti all’incremento della domanda di mercato, portarono, da metà Ottocento, a una progressiva femminilizzazione del lavoro delle perle a lume sia a domicilio che all’interno laboratori, ribaltando la proporzione, tanto che oggi, il numero di #perlere# è maggiore di quello dei #perlèr#. Nuove trasformazioni arrivano dopo la Seconda Guerra Mondiale: a Venezia la nascita di nuovi poli industriali e la parallela decolonizzazione post conflitto portarono a un nuovo forte calo della produzione di perle di vetro la quale, però, non si è mai fermata, pur non raggiungendo più i volumi di produzione del passato, grazie a piccole e medie imprese artigianali, spesso a conduzione familiare, ancora attive sul territorio veneziano. L’ininterrotta produzione ha premesso di tramandare e perpetuare fino ad oggi una buona parte dei saperi, delle tecniche di realizzazione e delle memorie inerenti quest’arte, le quali, unite all’intrinseca dinamicità delle tradizioni artigianali e al confronto reciproco tra detentori e praticanti, assicurano una sua vitalità (BERTAGNOLLI SEGA URBANI DE GHELDOF 1989, ZECCHIN 2005, PANINI DI SALVO 2007, MORETTI 2009, DE CARLO 2012, SARPELLON 2022) 
Il bene catalogato è uno strumento che può essere utilizzato dai #perleri# durante la realizzazione delle perle di vetro. Le perle realizzate a lume sono definibili come una seconda lavorazione del vetro, si deve rammollire la materia prima precedentemente realizzata in fornace: sono bacchette di vetro di vario calibro e colori, note come #canne#, piene, e avvolgerle intorno a un tondino di metallo che può essere di rame cavo o di acciaio con distaccante. La realizzazione delle perle a lume ha sviluppato molte varianti: a seconda delle tecniche e degli strumenti utilizzati, si realizzano varie tipologie di perle (ad esempio fiorata, mosaico, sommerso…). Tutte le fonti orali e scritte concordano nel sottolineare che le varianti di tali tipologie realizzabili a lume sono innumerevoli, e non possono quindi essere elencate esaustivamente in questa sede. Anche le forme possibili sono numerose: sfere, olive, cono, doppio cono, goccia, cilindro, cubo, etc. Vi sono poi forme sempre più articolate e complesse come cuori, croci, stelle, ali di uccello, di farfalla, conchiglie, a coppo, a coccinella, a foglie…Se molte forme possono essere modellate a mano, è possibile, per alcune più articolate, imprimere la forma voluta nel vetro incandescente attraverso pinze; inoltre possono essere a foro passante o no. Le pinze sono dotate di stampi sull’estremità e possono avere misure e diametri diversi. Tali pinze, originariamente in ferro, si sono poi modernizzate e vengono oggi prodotte in acciaio inox (più leggere) e spesso, la parte dello stampo, può essere in ottone (preferibile perché trattiene meglio il calore e quindi adatto ad essere a diretto contatto con la perla). La presenza in serie di questi strumenti nei laboratori di perle a lume è una costante, e rappresentano un colpo d’occhio rilevante. Nel laboratorio S.U.V. le pinze e altri strumenti sono appesi ai ganci di una rastrelliera lungo le pareti della stanza adibita alla lavorazione ed è possibile scorgerne la stratificazione: gli strumenti più antichi, o meno utilizzati, si trovano in determinate zone o in posizione più arretrata sul gancio. Altri sono raccolti in scatole in legno. Chi vi lavora però ha una mappa mentale di tutte le disposizioni e non fatica ad individuare la posizione, o la zona, esatta, in cui uno strumento, anche poco usato, si trova. La pinza catalogata rappresenta una testimonianza di forme la cui produzione nel tempo sta andando progressivamente calando, quindi, un dato storico interessante per ricostruire i gusti e le tipologie di monili che si sono susseguiti nel tempo: il laboratorio ne custodisce la memoria. Le fonti orali hanno riferito che questa forma andava molto di moda tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, come dimostra anche la presenza, tra gli articoli di campionario della ditta più datati, di vari prototipi di collane composte da perle ed elementi a forma di mughetto di varie misure. Questo però non esclude l’uso attuale del bene catalogato, seppur con una produzione più sporadica. Una prima fase di ricerca sul territorio ha infatti rilevato che ancora oggi, questa varietà di pinze, è parte del catalogo di produzione di una ditta di Murano che crea strumenti per la lavorazione a lume e rifornisce molti laboratori. Sono prodotte in vario calibro e possono avere da 8 a 5 petali. Sono denominate “pinze mughetti”. La pinza infatti imprime al vetro una forma a campanula che ricorda il fiore dei mughetti. Dalle comunicazioni orali, emerge, che il legame tra #perleri# e strumenti di lavoro è molto complesso, la perla è il risultato di movimenti, gesti che includono materie prime, di cui bisogna conoscere bene le proprietà, e strumenti, con cui bisogna stabilire una relazione, diventano prolunghe delle proprie mani. L’importanza di avere a disposizione gli strumenti giusti è risultata chiaramente durante i rilevamenti sul campo dai racconti dei detentori delle pratiche. Nel caso del laboratorio S.U.V., ad esempio, per un determinato periodo di tempo, tra gli anni Ottanta e Novanta, era presente stabilmente in ditta un fabbro, Sandro Furian. Uno degli elementi emersi riguardo al suo ruolo, era la necessità, una volta costruito uno strumento, di provarlo e poi apportare delle modifiche, soprattutto in termini di bilanciamento. Lo strumento si doveva adattare e correlare alla fisicità della #perlera/èr#, era quindi personalizzato in base alle esigenze. Nel parlare degli strumenti, le fonti orali hanno spesso accennato anche ad un altro elemento: la zona in cui è ubicato il laboratorio, ma anche le sue sedi precedenti (San Giobbe e area ex Staffa poi), si trovano tutte nel sestiere veneziano di Cannaregio (l’equivalente di un quartiere). È una zona dove da sempre si sono localizzate le lavorazioni della perla a lume ma anche ditte che commerciavano materie prime o strumenti necessari alla lavorazione. Salvatore Sito riferisce, ad esempio, che vi si trovavano grossisti di bacchette di vetro, venditori di tubicini di rame, laboratori per la costruzione e manutenzione degli strumenti. I #nizioleti#, il caratteristico rettangolo bianco contornato di nero presente sui muri delle case veneziane in cui si indica la toponomastica, documentano quanto radicata fosse l’attività legata alla produzione di perle a lume nel sestiere: #calle de le canne, calle dei perleri, ponte dei lustraferi# (quest’ultimo espressamente legato agli strumenti per la lavorazione), e molti altri. Per completezza si sottolinea che l’infilatura delle perline a semenza, le #conterie#, si era invece storicamente localizzata nel sestiere di Castello. Ai fini di un miglior inquadramento del bene catalogato e della sua biografia culturale, si riporta brevemente la storia del laboratorio artigianale S.U.V. e delle famiglie coinvolte emerse dal racconto di vita del titolare. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il napoletano Umberto Scognamiglio decide di trasferirsi a Trieste dove lavora come venditore di sacchettini di porporina utilizzati per ridonare la giusta patina ai tubi delle stufe a legna. Dopo pochi anni da Trieste si trasferisce a Venezia, alla ricerca di un nuovo lavoro, lì incontra in zona Cannaregio un amico napoletano grossista in cerca di produttori di perle di vetro. Umberto, mosso da una grande intraprendenza imprenditoriale, si offre di procurale lui stesso e in un mese riesce ad avviare una piccola produzione nel magazzino di casa e presentare un campionario. L’alta qualità delle perle prodotte gli permette in breve tempo di crescere in questo settore, trasferendo la produzione della Scognamiglio Umberto Venezia (S.U.V.) prima a San Giobbe, in Calle de le Canne, poi in area ex Staffa e infine, nel 1966 circa, nell’attuale sede sempre in zona Cannaregio ingrandendosi sempre più. Nel frattempo, la moglie e i figli raggiungono Umberto a Venezia. La figlia Rosa collabora nell’attività di famiglia. Da Napoli arriva anche il ventottenne Oscar Sito, marito di Rosa, il quale inizia a collaborare nella ditta del suocero e vi rimarrà fino alla sua scomparsa a 86 anni. Una rete parentale forte e coesa che ha favorito il successo del laboratorio e l’espandersi dell’attività. Le testimonianze orali rilevano che oltre alla creazione di diverse tipologie di perle di vetro e confezionamento di gioielli con le suddette, Umberto e Oscar si dedicavano anche ai cosiddetti “bagni di smalto” delle perle: la perla smaltata infatti era richiesta dal mercato negli anni Sessanta e Settanta. La lavorazione consiste nel creare perle di vetro semplice, di solito di colore bianco alabastro, che venivano infilate in delle specie di pettini in legno e immerse in bagni di smalto di vario colore. Per un periodo, oltre ai dipendenti in laboratorio, vi erano anche collaboratrici che lavoravano a domicilio, arrivando oltre la quarantina. Nel 2008 circa, dopo la scomparsa di Oscar e la riduzione delle richieste di mercato, la S.U.V. ha ridotto parzialmente i suoi spazi ma nonostante ciò, il laboratorio è rimasto molto esteso, suddiviso in vari comparti: una zona di rappresentanza e esposizione del campionario, una zona di realizzazione delle perle con le postazioni delle #perlere/i#, una per il confezionamento, una per la molatura, il taglio delle canne di vetro e la creazione di piastre di vetro, oltre ai depositi, agli spogliatoi e alla zona pranzo e relax. La tradizione familiare prosegue grazie ai due figli di Oscar, attivamente presenti: Gaetano sarà rappresentante per diversi anni prima di ritirarsi e soprattutto Salvatore, che, come riferisce, “nato e vissuto nel laboratorio”, inizia da adolescente prima con piccole mansioni, poi con una collaborazione fissa dall’età di 24 anni diventando la colonna portante dell’attività fino a che, a causa di problemi di salute, la ditta ha chiuso la produzione nel 2022. Salvatore non crea fisicamente le perle, ma si occupa della progettazione, studio, ricerca, sperimentazione oltre che alla commercializzazione italiana ed estera. La sua creatività si traduce in tipologie di perle molto scenografiche, di altissima qualità e con colorazioni particolari (anche per l’uso di #canne# di vetro del suo deposito degli anni Trenta, Quaranta oggi impossibili da riprodurre per i cambiamenti intervenuti nella composizione chimica) i cui nomi si rifanno a libri, musiche, ricerche che le hanno ispirate (es. Marco Polo, Canova, Karma, Fenicia…). Le fonti orali rimarcano che la maggior parte delle perle della S.U.V., sono create con #canne# vecchie. Dal suo racconto di vita emerge chiaramente come sia innamorato di questo mestiere e come fare perle, e le perle stesse, pervadano ogni aspetto della sua vita, facciano parte del suo essere. All’interno della comunità dei detentori del saper fare, lui e la sua famiglia sono considerati un esempio e un punto di riferimento. I tre figli di Salvatore hanno intrapreso percorsi lavorativi diversi. Attualmente il laboratorio resta a disposizione per dimostrazioni al fine di diffondere la conoscenza delle varie tecniche di lavorazione, i saperi tradizionali e le memorie storiche. L’altra colonna del laboratorio è rappresentata da Antonella Rossi, classe 1966, la quale inizia a lavorare alla S.U.V. adolescente, nell’estate del 1981, inizialmente per quello che doveva essere solo un lavoro estivo. In laboratorio conosce Salvatore, si sposano, il lavoretto estivo diventa la sua vita e lavora in laboratorio per circa 44 anni, divenendo negli ultimi tempi anche socia della ditta. Dal suo racconto di vita emerge che il suo primo compito alla S.U.V. è stato al reparto confezionamento (passare al setaccio le perle per dividere i vari calibri, creare i manufatti secondo i modelli di campionario, preparare il lavoro per coloro che lavoravano da casa). Riferisce che da Oscar Sito, il suocero, ha imparato tutto. Antonella non era estranea al mondo delle perle di vetro: la madre e la zia erano #perlere# e lavoravano a casa. Luciana, madre di Antonella, ha iniziato a lavorare a 8 anni, nel 1948, come garzona addetta al taglio della parte apicale dei tubicini di rame in cui sono infilate le perle, a raddrizzare il rimanente tubicino e a fare eventuali giunte tra tubicini sempre più corti per sfruttare il più possibile il rame e non sprecarlo. Sua zia era una #mistra#, nel campo delle perle, raccoglieva commesse di lavoro da diverse ditte, assegnava il lavoro a donne che lavoravano a domicilio e lo consegnava ai committenti. A 13 anni Luciana inizia a creare perle insieme alla sorella Anna. Antonella da bambina osservava mamma e zia, era attratta dai colori, dal fuoco, dagli strumenti, apprende l’arte “rubando con gli occhi” e a 8 anni realizza la sua prima perla che ricorda benissimo: una perla millefiori di 8 mm. Ricorda anche la prima perla realizzata alla S.U.V.: una perla a forma di calla, ripetendo i gesti visti compiere dalla zia. Quando Antonella arriva in ditta è un momento favorevole alla produzione, c’è molta richiesta, da lì a breve anche la madre e la zia vengono assunte e iniziano a lavorare nelle postazioni del laboratorio. La rete famigliare all’interno del laboratorio cresce e si consolida ancora di più. Dai dati raccolti sul campo emerge inoltre che la zia Anna era anche un abile #tiravette#: #perlera# che realizza al cannello fili sottilissimi di vetro, tratti da vetro fatto rammollire a lume, tirando il vetro manualmente, e come spesso accadeva in quegli anni, anche a mani nude (oggi si usano delle pinze). Antonella ricorda benissimo le bolle e i calli sulle mani della zia. La zia lavorerà fino all’età di 75 anni. Anche Antonella “tira” le vette da sé ma con l’uso degli strumenti (pinze appuntite) e riferisce che da giovane qualche volta era aiutata anche da Salvatore, in due si potevano fare fili di vetro sottili e più lunghi. La mamma Luciana non voleva che Antonella diventasse #perlera#, troppi sacrifici, ma per Antonella il richiamo del fuoco e del vetro erano troppo forti. Madre e figlia hanno lavorato per molto tempo insieme, nella stessa stanza, sedute nelle rispettive postazioni. Il loro rapporto era strettissimo, Luciana ha lavorato alla S.U.V. fino alla sua scomparsa a 78 anni. La perla nella quale era più specializzata è la perla a forma di doppio cono. Ogni perla a doppio cono presente in laboratorio oggi, parla di lei. Il suo banco, alla S.U.V., è ancora come lei lo aveva organizzato, nessuno ha toccato nulla. In particolare, Antonella ha conservato la protezione “fai da te” (cotone e cartone) che la madre usava per il pollice della mano sinistra, divenuto un oggetto di affezione carico di risonanza. Parlando del suo lavoro, Antonella ribadisce quanto nell’apprendistato sia fondamentale “stare vicino a”, osservare, guardare, provare. Tenere il tubicino di rame e muoverlo correttamente, impugnare la canna, non bruciare il #rame#, non scottarsi: “devi fare amicizia con il fuoco”, “non è così facile, avvicinarsi al fuoco”, “l’occhio deve saper dosare e togliere e lì si comincia, poi è l’esperienza, ma è importante avere una persona di supporto all’inizio”, come la madre e la zia lo sono state per lei. Conclude dicendo: “dà senso alla propria vita: è una seduzione a cui si cede, ti lega per sempre” 
La pinza si presenta come una leva di primo grado: da un lato due manici opposti dove apportare la forza, dall’altro la testa con lo stampo, composto da due metà: una cava, più grande, l’altra, in rilevo, più piccola. Insieme, chiuse, imprimono il motivo di una sorta di fiore campanulato con cinque petali. Sulla metà cava, presenza di un interstizio per far passare il tondino di metallo su cui è avvolto il vetro molle. Le due parti dello stampo sono fissate ai bracci da viti. Il tutto è trattenuto da un perno, scentrato verso la resistenza, ovvero verso la zona di modellamento. Nella parte interna di uno dei manici, una specie di molla, guida dell'apertura e chiusura, formata da una fascia piatta in ferro ondulata larga pochi millimetri 
pinsa 
Venezia (VE) 
0500736820 
Pinza per modellare elementi di vetro 
proprietà privata 
forgiatura 
metallo/ ferro 

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