fiorà (Tecnica di lavorazione perla di vetro fiorata, TECNICHE)
https://w3id.org/arco/resource/DemoEthnoAnthropologicalHeritage/0500736821 an entity of type: DemoEthnoAnthropologicalHeritage
Tecnica di lavorazione perla di vetro fiorata, bene semplice
fiorà (Tecnica di lavorazione perla di vetro fiorata, TECNICHE)
fiorà (Tecnica di lavorazione perla di vetro fiorata, TECNICHE)
La #perlera# è seduta dietro a un telaio di legno con vetro protettivo, lo #specio#, e indossa sugli avambracci delle protezioni e sulla mano destra un guanto protettivo ignifugo. Ha precedentemente disposto sul banco di lavoro le materie prime e gli strumenti necessari per la realizzazione della perla fiorata. Inizia a rammollire una #canna# di vetro, di colore bianco opalino lattiginoso, che impugna con la mano destra. La zona di rammollimento è composta da un piatto di ferro quadrangolare delimitato, dal lato più vicino alla seduta, dal cannello, il #caneo#, o Becco Bunsen: un bruciatore a gas e aria che ha acceso in precedenza. Sul lato opposto è posta una pietra refrattaria a semicerchio sulla quale ribatte la fiamma del cannello. Sugli altri due lati, vi sono, a sinistra della #perlera#, un altro pezzo di pietra refrattaria più piccola e un parallelepipedo in ferro e alla sua destra, un ulteriore pezzettino di pietra refrattaria. Tutti questi elementi concorrono a formare una sorta di arena che crea, e mantiene, una temperatura idonea entro la quale poter creare la perla (quantificabile, solo indicativamente, in ca. 800 gradi, dato che durante la lavorazione può variare). La suddetta bacchetta di vetro è stata composta dalla #perlera# unendo tra loro, con un tondino di rame, quattro #canne# vitree dello stesso colore e calibro. Questa azione è fatta, a sua discrezione, per avere la giusta quantità di vetro che le serve per il tipo di perla che desidera creare e per assecondare il suo consueto modus operandi. Per scioglierla, la gira ripetutamente tenendola inclinata di cica 60 gradi rispetto al banco: l’estremità da rammollire è mantenuta più vicina alla pietra refrattaria a mezzaluna e alla punta della fiamma prodotta dal cannello. Raggiunto il giusto stadio di rammollimento, impugna con la mano sinistra un tondino di rame cavo, collocato, insieme ad altri, alla sua sinistra, e inizia ad avvolgere il vetro molle intorno al tondino di rame che gira costantemente con la mano sinistra per contrastare la gravità e inizia così a creare il nucleo della perla, usa soprattutto il pollice, l’indice e il medio. È un movimento coordinato e contrario, tra mano destra e mano sinistra, dentro alla fiamma, per avvolgere il vetro fino a raggiungere la dimensione desiderata. La #canna# è tenuta perpendicolare. Mantiene il nucleo e la #canna# leggermente scentrarti verso la sinistra della #perlera# e della fiamma del cannello. Riposta la bacchetta di vetro alla sua destra sopra la mezzaluna di pietra refrattaria, per tenerla in temperatura in caso di bisogno, con la mano destra impugna uno strumento per sistemare le estremità della perla, detto anche #sposta cui#. Quest’ultimo, dalla forma di una forcella a V ma con un solo dente, le permette di aggiustare le estremità: nonostante il continuo ruotare del tondino di rame per contrastare la gravità e dare rotondità, a volte, durante la lavorazione, è necessario intervenire per compattare la parte apicale della perla incandescente, parte più soggetta a spostamenti, cedimenti. Dopo di che procede impugnando, sempre con la destra, la pinza modellatrice a forma di sfera (ca. 26 mm). Solleva la perla dalla fiamma e si posiziona al di sopra del cannello, applica una serie di veloci e ripetuti colpetti per aprire e chiudere la pinza, continuando a girare costantemente il tondino di rame su sé stesso, per dare la forma e per controllare che la quantità di vetro sia sufficiente a riempire la forma. Rientra nella fiamma e aggiunge ancora un piccolo quantitativo di vetro molle al nucleo. Inizia ora ad applicare una #vetta# piatta di vetro avventurina, la #fasa de venturina#, anch’essa precedentemente preparata e creata da lei. La applica al centro della perla, creando una sorta di cintura che sarà longitudinale alla perla rispetto ai fori. Per farlo ruota più lentamente il tondino di rame, e quindi il nucleo, verso la mezzaluna di pietra mentre con la destra tiene la #vetta# perpendicolare e avvolge in senso contrario accompagnando il movimento, avvolgendo più volte, inspessendo la cintura. Procede quindi con la seconda decorazione: fa uscire la perla dalla fiamma e riscalda, con la mano destra, una bacchetta di vetro filigrana nero. Rimette la perla dentro la fiamma e con lo stesso movimento, opposto e contrario, tra mano sinistra e mano destra, applica delle strisce sottili di vetro filigrana ai lati della cintura di avventurina: # do calaee de vero filigrana#. La #perlera# ora impugna uno strumento appuntito, lo #sgrafadìn#, e inizia a graffiare, rimantenendo dentro alla fiamma, il vetro filigrana appena applicato, creando dei graffi, delle specie di sbavature di colore che vanno dalla cintura verso le estremità della perla. Esegue prima il lato alla sua destra e poi quello alla sua sinistra, ruotando costantemente il tondino di rame con la perla. Prosegue ora ad eseguire la decorazione floreale, iniziando ad applicare, sopra la cintura di avventurina, una sottile #vetta# cilindrica di colore rosa, precedentemente realizzata da lei. Anche in questo caso, restando dentro alla fiamma e ruotando il tondino di rame, esegue un movimento decorativo ondulatorio con la mano destra. Completa questa parte di decorazione impugnando di nuovo lo #sgrafadìn# e graffiando tutta la cintura: la mano sinistra ruota, la destra è quasi immobile: una graffiatura lineare che crea, nel decoro rosa, delle volute che ricorderanno lo stelo, detto gergalmente in laboratorio la #rama#. Dopo questa operazione, solleva la perla dalla fiamma e riutilizza la pinza modellatrice a forma di sfera, applicando piccoli colpetti. Di nuovo con una sottile #vetta# cilindrica rosa (la nuance di colore rosa scelta può variare a seconda del risultato che desidera ottenere ma la tonalità più usata è, di solito, il rosa rubino) inizia a realizzare una serie di piccole roselline applicate sopra il decoro a stelo a una distanza regolare una dall’altra. La mano sinistra è ferma e la destra, tenendo la #vetta# perpendicolare, compie un movimento a spirale in senso antiorario, la decorazione appare in rilievo. Fatta la spirale, porta la perla verso il piccolo piattino quadrangolare in ferro posizionato sopra al cannello, il #bronzin#, ed applica una data pressione alla spirale rosa molle avvalendosi dell’angolo esterno di sinistra del piattino. Questa delicata operazione, fa rientrare e modella la spirale rendendola più simile a una rosa sbocciata con vari petali. Poi rientra nella fiamma e riinizia a creare una nuova rosellina, ripetendo tutte le azioni. A questo punto la decorazione floreale continua: riscaldata una bacchetta di vetro di colore rosso (il colore scelto può variare in base alla sua fantasia), applica, sempre sulla cintura, dei singoli puntini negli spazi dove non è presente la rosa, rappresenteranno i pistilli di un fiore. Fa uscire la perla dalla fiamma e impugna una #vetta#, anch’essa creata in precedenza, composta da due colori attorcigliati tra loro, il #torcoèto#. La riscalda leggermente, rimette la perla nella fiamma, si sistema la punta della #vetta# appoggiandosi un attimo alla pietra a mezzaluna e inizia ad applicare, intono a ogni pistillo rosso, quattro puntini come petali bicolore (stilizzazione dei fiorellini noti come non ti scordar di me). Completata anche questa ultima parte della decorazione, sistema le estremità con lo strumento apposito, bagnandolo ogni volta nel contenitore metallico, detto #pote#, con acqua, che è posizionato alla sua destra. Lo bagna affinché il vetro molle non si possa attaccare al metallo. Esegue un modellamento finale con la pinza a forma di sfera, ruotando sempre il tondino di rame. Posiziona per qualche secondo la perla, continuandola a muovere, sopra una bocchetta d’aria posta sul banco alla sua sinistra. La bocchetta è parzialmente chiusa da un bullone, per mitigare la quantità di aria che fuoriesce, e fa raffreddare leggermente per qualche secondo la perla sopra al soffio d’aria. Questa azione è fondamentale prima di inserirla a raffreddare completamente. Senza questo passaggio sull’aria per il tempo necessario, stabilito ad occhio dalla #perlera#, la vermiculite granulosa presente nel contenitore di raffreddamento finale si potrebbe attaccare alla perla troppo calda. In questo caso, già a questo stadio, la perla rivela molti dei suoi colori e il suo aspetto definitivo. Raffreddata quel tanto che basta all’aria, la inserisce definitivamente nel contenitore con il materiale ignifugo, la #scoassera#, dove si raffredderà gradualmente per diverse ore. Verrà poi tagliato il tondino di rame eccedente e la perla subirà un trattamento all’acido nitrico, che non intacca il vetro, per sciogliere la piccola parte di rame che corre lungo il nucleo e liberare così il foro
fiorà (Tecnica di lavorazione perla di vetro fiorata, bene semplice)
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Il bene in esame è direttamente collegato alla figura professionale della #perlera/èr#: quest’ultima, grazie ai saperi, abilità e pratiche incorporate apprese e consolidate nel tempo, crea artigianalmente le perle di vetro. La lavorazione a lume viene identificata come una seconda lavorazione del vetro, in quanto la materia prima per la creazione di perle è la bacchetta di vetro, #canna#, massiccia, ovvero senza foro, monocroma o no. Queste #canne# sono specificatamente prodotte in fornace e devono avere delle caratteristiche precise: una gamma di colori infinita, sia trasparenti che opachi, devono essere intensamente colorate, perché il vetro viene lavorato in strati molto sottili e soprapposti, i colori devono essere stabili. Dalla #canna# massiccia i #perleri# ricavano inoltre, tirandole manualmente, le #vette# (sottili fili di vetro cilindrici o piatti) usati per decorare. Le perle di vetro prodotte dai #perleri# possono essere classificate e distinte tra loro in base a molteplici fattori: il tipo di #canna# utilizzata, le decorazioni applicate al nucleo, le tecniche, la forma, etc. Anche restringendo il campo di ricerca alla sola lavorazione a lume, le possibili realizzazioni, considerando la sinergia tra la creatività, l’abilità, le materie prime e gli attrezzi utilizzabili, sono innumerevoli. Una specifica varietà di decorazioni applicate al nucleo con le #vette# origina quella che gli studiosi classificano come perle a lume con decorazione fiorata. Questa decorazione, semplificando al massimo, richiama uno stelo con foglie/fiori stilizzati, e può essere monocroma o policroma, può correre trasversalmente o longitudinalmente alla perla, può inoltre includere un motivo a onde, spesso sinusoidali, e altre decorazioni aggiuntive. Le perle fiorate erano anche incluse nelle “decorated fancy beads”: nome dato alle perle a lume nel mercato europeo, e usato, ad esempio, dalla Compagnia tedesca Sick attiva a Venezia con sede a Cannaregio nei primi decenni del ventesimo secolo, la quale commerciava enormi quantitativi di perle di vetro con i mercati dell’Africa Occidentale e dell’India. Da una prima ricerca tra le tavole sinottiche presenti in alcuni testi relativi anche alle perle di vetro veneziane, emerge che una interpretazione della perla fiorata, seppur embrionale (fiori ben evidenti nella parte centrale sopra una cintura di colore a contrasto, elementi decorativi ondulatori alle estremità…), era presente a Venezia dal XVIII secolo. Un ulteriore approfondimento evidenzia che i vetri muranesi settecenteschi presentavano spesso delle decorazioni (dipinte a mano) con fiori, frutta e uccelli, assecondando i gusti e gli interessi del periodo (come gli studi di botanica). È verosimile che, in questo contesto culturale, anche coloro che realizzavano le perle a lume abbiano recepito alcune tendenze del momento e cercato una loro personale trasposizione sulle perle di vetro. Secondo alcuni testi scritti la perla fiorata è una tipologia di perla a lume che rappresenta molto bene “la tradizionale perla veneziana” assumendo, pur con le diverse interpretazioni, elementi identificativi. Le #vette# di vetro, con diametro millimetrico, sono usate come un pennello e disegnano sulla superficie tutta una serie di volute e di possibili fiori e steli stilizzati. Tra i mazzi di perle, provenienti da diverse ditte artigianali storiche di produzione di perle a lume, custodite nel Museo del Vetro di Murano e inventariate, si citano, solo per documentare alcune delle infinite possibilità di realizzazione nel XIX secolo, i mazzi identificati con i numeri dal 29 al 38 prodotti dalla ditta di Giovanni Battista, e poi Giacomo, Franchini. In alcune perle è possibile osservare l’uso della #vetta# vitrea in avventurina, cilindrica o piatta, per arricchire ulteriormente il decoro, pratica che si è perpetuata sino ad oggi. Quello che più contraddistingue la perla fiorata veneziana, secondo alcuni testi, sembra essere la presenza di piccole roselline di tonalità rosa create da #vette#. Altre fonti scritte riportano che poteva essere applicata, per valorizzare ulteriormente il decoro, anche la foglia oro: dai foglietti, venduti in libretti di forma quadrata e battuti a mano da artigiani specializzati, si potevano ricavare piccole strisce o pezzetti applicati con estrema attenzione dai #perleri# in alcuni punti. Questa particolare decorazione aggiuntiva della perla era storicamente praticata da diverse ditte artigianali: nel caso del laboratorio S.U.V., è stata attuata, come una delle varianti possibili nella realizzazione della perla fiorata, fino al 2022. Proseguendo nell’inquadramento storico del bene in esame, è necessario sottolineare che la perla in sé, la cui attestazione risale già dall’Età del Bronzo, presenta molti e significativi aspetti, basti pensare al suo ruolo economico in diversi contesti, ai possibili impieghi come ornamento, come simbolo di status, al suo ruolo in riti di passaggio o in rituali apotropaici, solo per citare alcuni esempi. In questa sede però appare opportuno, più che soffermarsi sul manufatto o approfondire come e quando la millenaria tradizione della lavorazione del vetro giunse e si sviluppò a Venezia (il più antico documento attestante la produzione in città è datato 983 d.C.), ricostruire, seppur brevemente, la storia della figura professionale della #perlera/er#. Confrontando diverse fonti scritte, si evidenzia l’esistenza di alcuni precorritori. Innanzitutto, coloro che fabbricavano i cosiddetti “veriselli” o #verixélli#, termine usato per indicare gemme in vetro ad imitazione di quelle vere molto usati alla fine del Medioevo. Nel 1319, questi oggetti sono esplicitamente citati nel Capitolare dell’“Arte delli Christallieri”, ma le fonti concordano nel ritenere che sicuramente la loro produzione fosse ben attestata a Venezia già negli anni precedenti. Oltre ai #verixélli# producevano anche i cosiddetti #paternostri# che in veneziano indicano i grani del rosario e i loro creatori erano definiti #paternostrèri#. Si segnala che l’abilità nella creazione di perle di vetro a imitazione di pietre naturali era tale che la Serenissima predispose articolate regole e controlli nella commercializzazione delle suddette perle sul suo territorio, in particolare se accompagnate da montature in oro. Vi era però anche una seconda categoria di progenitori: i “cristallieri”, quest’ultimi, per creare i grani, lavoravano a freddo, attraverso molatura di cilindretti di #canna# di vetro forata, mentre i #paternostrèri# lavoravano i cilindretti a caldo. Nel 1511 l’“Arte dei paternostrèri” viene inclusa e aggiunta a quella dei “cristallieri” che diventa “Arte delli Christallieri et Paternostèri”. È noto che durante tutto il Cinquecento la richiesta di perle di vetro divenne altissima, a causa dell’espansione coloniale con l’apertura di nuovi e vasti mercati come, ad esempio, verso le Americhe e l’Africa. Intanto si fa strada a Murano la produzione di una nuova tipologia di #paternostri#, più piccoli, creati da #canna# forata e lavorate a “ferazza” o “feraccia”. In commercio si potevano quindi trovare perle create con gli #spei da paternostri#, bastoncini in cui infilare cilindretti di #canna# forata per arroventarla a caldo, perle create da canna forata sezionata e molata (come, ad esempio, la perla rosetta) o perle create a #ferace# dove i cilindretti di #canna# forata venivano sottoposti a un complesso e lungo procedimento per creare le cosiddette #margaritine#, cioè perline molto piccole, simili a semi (oggi note come #conterie#). Questo procedimento di lavorazione resterà pressoché invariato fino all’introduzione, nel 1817, di nuovi metodi. Tornando alla nascente produzione di #margaritine#, quest’ultima si afferma a tal punto che nel 1683 si istituisce l’“Arte dei Margaritéri” con un loro statuto. Come già accennato, per creare le perle, ci si serviva, come materia prima, di bacchette di vetro, #canne# forate e poi tagliate in cilindretti. La dinamicità dei saperi e il fermento creativo del periodo ispirarono una importante novità. Nel tempo ci si rese conto che l’uso di una #canna# di vetro compatta, piena, era molto più consona a essere rammollita al fuoco e poi avvolta. Questa tecnica consentiva la realizzazione di innumerevoli tipologie di perle. Pur non esistendo una data certa sulla nascita di tale tecnica, molti storici affermano che probabilmente si sviluppò verso la fine del Cinquecento. Questo procedimento consisteva nel lavorare a lume, ovvero avvalendosi di una lucerna alimentata da grasso animale e immettendo aria con un mantice e gli artigiani che la utilizzavano vennero denominati #suppialùme#. La prima fonte scritta di questa denominazione è datata 1612 e non avevano una loro corporazione: se all’inizio facevano parte dei #paternostrèri#, verso la metà del Seicento nasce la “Mariegola dei Suppialùme”. Un altro aspetto interessante che emerge dalle fonti storiche è che i #suppialùme#, potevano benissimo lavorare da casa, allestendo facilmente una postazione di lavoro. Nel frattempo inizia gradualmente ad affermarsi una nuova denominazione per questa figura professionale che lavora davanti a una lampada: il #perlèr#. Nel 1670 il passaggio è completato con l’istituzione dell’“Arte dei Perleri”. I #paternostrèri# e i #perleri#continuavano però a condividere i medesimi privilegi (forme di tutela da parte della Repubblica di Venezia). Le fonti indicano che questo proliferare di termini e di relative dispute su chi produceva cosa e come, perdurò fino al 1764 circa quando un documento ufficiale fece chiarezza su alcune nomenclature: il vetraio lavora in fornace, i #margaritèri# a #ferace#, i #perleri# con "la lume". A complicare ulteriormente la terminologia, si deve aggiunge che il termine #contarie# o #conterie# per molto tempo indicò tutte le tipologie di perle e non solo quelle piccole, a semenza. La crescente concorrenza estera, causata anche dalla fuga di alcune maestranze dell’arte all’estero, contravvenendo alle rigide regole della Serenissima in campo di esclusività dei saperi, causerà un calo progressivo della produzione. A seguire, la caduta della Serenissima, l’arrivo dei francesi, il blocco navale napoleonico, lo scioglimento delle corporazioni portarono un significativo e complesso periodo di crisi nel settore del vetro che perdurò anche agli inizi dell’Ottocento causando incertezza e molta precarietà. Una timida ripresa nel secondo quarto dell’Ottocento via via si consolida grazie all’intraprendenza dell’emergente borghesia e alle innovazioni tecnologiche. Nel 1840, ad esempio, si introduce l’uso del gas al posto del grasso animale per alimentare il fuoco. In questo periodo nascono ditte a conduzione familiare che impiegano anche lavoratori a domicilio, ditte ben organizzate, spesso su base parentale e familiare. Dalla metà Ottocento si assiste a una vera e propria rinascita causata da una felice contingenza di fattori tra i quali: migliorie nelle strumentazioni, invenzione di nuove tipologie di perle, creazioni di nuovi colori per le bacchette di vetro…Le perle di vetro furono ben accolte dalla moda dell’epoca, la richiesta aumentò esponenzialmente tanto che, fino circa agli anni Trenta, Venezia avrà il monopolio dell’esportazione di #conterie#. Alla fine del XIX secolo nasce la Società Veneziana per l’Industria delle Conterie che riuniva 17 ditte con molti lavoratori dipendenti e a cottimo. La Società chiuderà definitivamente nel 1993 e gli spazi, acquistati dal Comune, sono oggi dedicati a mostre ed eventi temporanei in connessione con il Museo del Vetro di Murano. Nella creazione di perle, non vi era parità di genere, come in molti altri settori: per molto tempo il fabbricante di perle era una professione quasi esclusivamente maschile. I progressivi cambiamenti socio, economici e culturali, uniti all’incremento della domanda di mercato, portarono, da metà Ottocento, a una progressiva femminilizzazione del lavoro delle perle a lume sia a domicilio che all’interno laboratori, ribaltando la proporzione, tanto che oggi, il numero di #perlere# è maggiore di quello dei #perleri#. Nuove trasformazioni arrivano dopo la Seconda Guerra Mondiale: a Venezia la nascita di nuovi poli industriali e la parallela decolonizzazione post conflitto portarono a un nuovo forte calo della produzione di perle di vetro la quale, però, non si è mai fermata, pur non raggiungendo più i volumi di produzione del passato, grazie a piccole e medie imprese artigianali, spesso a conduzione familiare, ancora attive sul territorio veneziano. L’ininterrotta produzione ha premesso di tramandare e perpetuare fino ad oggi una buona parte dei saperi, delle tecniche di realizzazione e delle memorie inerenti quest’arte, le quali, unite all’intrinseca dinamicità delle tradizioni artigianali e al confronto reciproco tra detentori e praticanti, assicurano una sua vitalità (DUBIN 1988, BERTAGNOLLI SEGA URBANI DE GHELDOF 1989, ZECCHIN 2005a, PANINI DI SALVO 2007, MORETTI 2009, DE CARLO 2012, PANINI 2017, SARPELLON 2022)
L’arte delle perle di vetro implica competenze, tecniche codificate, abilità, creatività, gesti e saperi incorporati. Quest’arte, in estrema sintesi, comprende due macro-campi, il primo è la realizzazione delle perle a lume: creare un nucleo di vetro rammollito al calore della fiamma avvolto su un tondino di metallo, che viene modellato e decorato in vari modi. Il secondo riguarda le perle a canna tirata, realizzate da pezzi di canna tirata già forata, tagliate, modellate e rifinite con la molatura. Rientra in questa categoria anche l’infilatura di perline di vetro minuscole, le #conterie#, termine che oggi identifica le perline a semenza (ottenute proprio da #canne# forate) e la relativa realizzazione di artefatti di vario tipo. Per la realizzazione di una perla a lume si deve rammollire la materia prima precedentemente realizzata in fornace: sono bacchette di vetro di vario calibro e colori, note come #canne#, piene. Il termine lume evidenzia che è necessario, per rammollire la #canna# e lavorarla, una fonte di calore adeguata. La postazione di lavoro infatti ha una zona specifica composta dal cannello (un bruciatore, denominato a volte anche Becco Bunsen, alimentato a gas e aria o ossigeno) e pietra refrattaria. Dal rilevamento sul campo emerge che vi sono diverse tipologie di perle a lume: la perla più semplice che si può realizzare è monocroma, detta #scièta#, alla quale è possibile dare la forma desiderata anche con l’aiuto, o meno, di attrezzi per modellare. Iniziando ad unire, nella stessa perla, più colori e/o introducendo diversi possibili decori e forme, le tipologie realizzabili aumentano esponenzialmente. Vi sono, ad esempio, le perle sommerse: caratterizzate da un nucleo di vetro trasparente o opaco, decori e uno o più strati di vetro trasparente che sommergono il decoro. Quest’ultimo può essere costituto anche da foglia oro o argento. Questa lavorazione sortisce una sorta di “effetto lente d’ingrandimento”. Un’altra tipologia sono le perle millefiori, dette anche a mosaico per le quali si utilizzano specifiche #canne# millefiori di vario calibro all’interno delle quali, lungo tutta la lunghezza, è presente un disegno. Questa varietà di perla ha un nucleo di base al quale si appoggiano, con uno strumento apposito, dischetti di murrina, precedentemente tagliate da #canna# millefiori; le sezioni riscaldate si saldano al nucleo. Vi sono poi le perle soffiate, la cui realizzazione, pur partendo da canne di vetro preformate e utilizzando la lavorazione a lume, richiama anche la lavorazione in fornace poiché è necessario soffiare aria attraverso un’asta/asticella forata d’acciaio con all’estremità un cilindro di vetro rammollito. Una tipologia particolarmente decorata è la perla fiorata, #fiorà#, composta da un nucleo di base monocromo, un disegno a ondulato alle estremità, l’uso eventuale di avventurina e un decoro con #vette# (fili di vetro) che richiamano le stilizzazioni di steli e vari fiori: rose, non ti scordar di me, margherite, fiordalisi, etc. La perla è quindi il risultato di movimenti, gesti che includono materie prime, di cui bisogna conoscere bene le proprietà, e attrezzi, con cui bisogna stabilire una relazione: le informazioni raccolte sul luogo sottolineano che si sviluppa una sorta di coinvolgimento tra artigiano, strumento e materie prime. È una tecnica del corpo, una sintesi acquisita, o meglio, incorporata, attraverso percezione e apprendistato, elementi comuni a molti altri saperi artigianali. È un saper fare che si impara stando vicino ad altri #perleri#, osservando, imitando, bisogna #rubar con gli oci#. L’apprendistato è un processo di comprensione pratica, che permette di creare un rapporto tra percezione, creatività, abilità, esperienza. Tutti questi elementi sono ben riconoscibili nell’osservazione della #perlera# Antonella Rossi mentre realizza la perla fiorata, la #fiorà#. Durante il rilevamento è emerso che esiste, per la #fiorà#, uno stile condiviso dalla comunità di praticanti, definito, dalle fonti orali, “tradizionale” (ad esempio la presenza del decoro con roselline rosa e delle volute che imitano lo stelo, etc.). Ma come è ampiamente attestato, la tradizione è dinamica, si verificano sincretismi, pur mantenendo alcuni punti fermi: questo vale anche per le tecniche artigianali definite tradizionali. Come anche altre ditte, la S.U.V. ha sviluppato negli anni una sua peculiare interpretazione: la perla quindi, pur mantenendo alcuni degli elementi identificativi della fiorata, ha assunto caratteristiche stilistiche proprie che l’hanno resa identitaria a livello familiare e facilmente distinguibile. Tra queste scelte interpretative vi è l’uso di caricare maggiormente la parte decorativa della cintura longitudinale della perla di forma sferica, per “irrobustirla”; per fare questo si utilizza un buon quantitativo di #vetta# piatta di vetro avventurina con l’aggiunta dell’applicazione, in alcune versioni, della foglia oro. Il decoro ondulato alle estremità, che solitamente è in avventurina, è sostituito dall’uso del vetro filigrana (tecnica vetraria particolare con cui si possono realizzare #canne# in vetro cristallo, con all’interno fili in bianco opaco o colorati, lisci od a spirale). La filigrana, durante la lavorazione, viene graffiata con uno strumento appuntito, lo #sgrafadìn#, creando un decoro particolare che dalla cintura centrale della perla cola, crea delle sbavature di colore, che vanno verso le estremità. Nella parte centrale del decoro vi è l’uso di una #vetta# bicolore ritorta, blu e bianca, il #torcoèto#, creata manualmente dalla #perlera# e usata per creare alcuni petali di fiori (es. a imitazione del non ti scordar di me). Questa tipologia di decorazione bicolore dei petali è già presente in perle databili alla prima metà dell’Ottocento. Raccogliendo le testimonianze dei titolari del laboratorio in merito al saper fare, si evidenziano tutta una serie di gesti e sensazioni tattili e visive: il continuo movimento del tubicino di rame impugnato con la mano sinistra ma girato con pollice, indice, medio o sapere quanto premere con una pinza. La #perlera# deve essere abile quando usa le #vette# come pennelli/matite: essendo corte e sottili (anche un millimetro a volte), la #vetta# assorbe la spinta dell’aria dal cannello. Pertanto, la #perlera# deve sapere bene a che distanza poter stare, deve calare (entrare nel fuoco) e sciogliere la #vetta# rispettando i tempi di rammollimento, contrastando la spinta dell’aria e poi usarla per creare il decoro che desidera. Uno degli aspetti fondamentali è quindi quello di comprendere i ritmi del vetro: quanto poter stare con la perla fuori o dentro alla fiamma. La #perlera# deve sentire la durezza del vetro, il suo peso, se è più tenero o duro, e dosando, creare. Altro aspetto fondamentale è saper riconoscere i vari segnali visivi di quello che sta accadendo nella massa incandescente dove tutto, a un occhio profano, appare indistinto. Tutte le narrazioni raccolte, anche in altri laboratori artigianali di produzione di perle a lume, restituiscono un rapporto vivo con la materia, gli strumenti e il fuoco, raccontano di una corrispondenza tra questi elementi e l’artefice. ll gesto è generato e si adegua: “sento come si sta muovendo, dove sta cadendo”. Antonella sottolinea che non si smette mai di imparare, ogni giorno si scopre un modo più adeguato, in armonia con la fiamma, le scoperte si rivelano solo facendo. Molti parlano di un flusso in cui tutto si mescola, si fonde, eppure in questo processo in cui tutto è fluido, hanno l’abilità di capire, di leggere, di sentire quello che sta accadendo dentro la fiamma. Nella creazione della perla di vetro esiste una progettualità, arrivare a un risultato finale, che è nella mente dell’artigiano fin dall’inizio, ma questo obbiettivo auspicato è descritto come “solo una parte”: poi, in fase di realizzazione, nel fare concreto, c’è il coinvolgimento del vetro, le sue reazioni al fuoco, e c’è l’abilità dell’artigiano di capire tali reazioni e sapervi rispondere, il risultato finale potrebbe cambiare facendo. Molti #perleri# hanno un legame così forte con il vetro che ne parlano soggettivandolo, attribuendogli caratteristiche ed emozioni: “oggi ha una brutta giornata”, “bisogna convincerlo”, “devi fare amicizia”, “questo colore ha un brutto carattere”, “a volte si arrabbia e scoppia”, “è vivo e si muove, bisogna capirlo, bisogna convincerlo”. Un forte investimento emotivo traspare da alcune loro dichiarazioni: “saper capire il vetro, questo rapporto che si instaura e si costruisce come una relazione, con cura; lo scelgo, lo sciolgo, lo amalgamo, lo risciolgo, prende una nuova forma”. Per un miglior inquadramento del bene catalogato e della sua biografia culturale, si riporta brevemente la storia del laboratorio artigianale S.U.V. e delle famiglie coinvolte. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il napoletano Umberto Scognamiglio decide di trasferirsi a Trieste dove lavora come venditore di sacchettini di porporina utilizzati per ridonare la giusta patina ai tubi delle stufe a legna. Dopo pochi anni da Trieste si trasferisce a Venezia, alla ricerca di un nuovo lavoro, lì incontra in zona Cannaregio un amico napoletano grossista in cerca di produttori di perle di vetro. Umberto, mosso da una grande intraprendenza imprenditoriale, si offre di procurale lui stesso e in un mese riesce ad avviare una piccola produzione nel magazzino di casa e presentare un campionario. L’alta qualità delle perle prodotte gli permette in breve tempo di crescere in questo settore, trasferendo la produzione della Scognamiglio Umberto Venezia (S.U.V.) prima a San Giobbe, in Calle delle Canne, poi in area ex Staffa e infine, nel 1966 circa, nell’attuale sede sempre in zona Cannaregio ingrandendosi sempre più. Nel frattempo, la moglie e i figli raggiungono Umberto a Venezia. La figlia Rosa collabora nell’attività di famiglia. Da Napoli arriva anche il ventottenne Oscar Sito, marito di Rosa, il quale inizia a collaborare nella ditta del suocero e vi rimarrà fino alla sua scomparsa a 86 anni. Una rete parentale forte e coesa che ha favorito il successo del laboratorio. Le testimonianze orali rilevano che oltre all’attività di creazione di diverse tipologie di perle di vetro e confezionamento di bijoux con le suddette, Umberto e Oscar si dedicavano anche ai cosiddetti bagni di smalto delle perle: la perla smaltata infatti era richiesta dal mercato negli anni Sessanta e Settanta (alcune perle di vetro semplice, color bianco alabastro, venivano infilate in una specie di pettine in legno e immerse in bagni di smalto colorati). Per un periodo, oltre ai dipendenti in laboratorio, vi erano anche collaboratrici che lavoravano a domicilio. Nel 2008 circa, dopo la scomparsa di Oscar e la riduzione delle richieste di mercato, la S.U.V. ha ridotto parzialmente i suoi spazi ma nonostante ciò, il laboratorio è rimasto molto vasto, suddiviso in vari comparti: una zona di rappresentanza e esposizione campionario, una zona di realizzazione delle perle con le postazioni delle #perlere# e dei #perleri#, una per il confezionamento, una per la molatura, il taglio delle canne di vetro e la creazione di piastre di vetro, i depositi, gli spogliatoi e la zona pranzo e relax. La tradizione familiare prosegue grazie ai due figli di Oscar, attivamente presenti, Gaetano sarà rappresentante per diversi anni prima di ritirarsi e soprattutto Salvatore, che, come riferisce, “nato e vissuto nel laboratorio”, inizia da adolescente con piccole mansioni, poi una collaborazione fissa dall’età di 24 anni diventando la colonna portante della ditta fino a che, a causa di problemi di salute, la ditta ha chiuso la produzione nel 2022. Salvatore non crea fisicamente le perle, ma si occupa della progettazione, studio, ricerca, sperimentazione oltre che alla commercializzazione italiana ed estera. La sua creatività si traduce in tipologie di perle molto scenografiche, di altissima qualità e con colorazioni particolari (anche per l’uso di canne di vetro del deposito degli anni Trenta e Quaranta oggi impossibili da riprodurre) i cui nomi si rifanno a libri, musiche, ricerche che le hanno ispirate (es. Marco Polo, Canova, Karma, Fenicia…). Dai suoi racconti emerge chiaramente come sia innamorato di questo mestiere e come fare perle, e le perle, pervadano ogni aspetto della sua vita, fanno parte del suo essere. Nella comunità dei detentori del saper fare, lui e la sua famiglia sono considerati un esempio e un punto di riferimento. I tre figli di Salvatore hanno intrapreso percorsi lavorativi diversi. Attualmente il laboratorio resta a disposizione per dimostrazioni al fine di diffondere la conoscenza delle varie tecniche di lavorazione, i saperi tradizionali e le memorie storiche. L’altra colonna del laboratorio è rappresentata da Antonella Rossi, classe 1966, la quale inizia a lavorare alla S.U.V. adolescente, nell’estate del 1981, inizialmente per quello che doveva essere solo un lavoro estivo. In laboratorio conosce Salvatore, si sposano, il lavoretto estivo diventa la sua vita e lavora in laboratorio per circa 44 anni, divenendo negli ultimi anni anche socia della ditta. Dal suo racconto di vita emerge che il suo primo compito alla S.U.V. è stato al reparto confezionamento (passare al setaccio le perle per dividere i vari calibro, creare i manufatti secondo i modelli di campionario, preparare il lavoro per coloro che lavoravano da casa). Riferisce che da Oscar Sito, ha imparato tutto. Antonella non era estranea al mondo delle perle di vetro: la madre e la zia erano #perlere# e lavoravano a casa. Luciana, madre di Antonella, ha iniziato a lavorare nel campo delle perle di vetro a 8 anni, nel 1948, come garzona addetta a tagliare la parte apicale dei tubicini di rame in cui sono infilate le perle, raddrizzare il rimanente tubicino e fare eventuali giunte per sfruttare il più possibile il bastoncino. Sua zia era una #mistra#, nel campo delle perle, raccoglieva commesse di lavoro da diverse ditte, assegnava il lavoro svolto a casa e lo consegnava. A 13 anni Luciana inizia a creare perle insieme alla sorella Anna. Antonella da bambina osservava mamma e zia, era attratta dai colori, il fuoco, gli attrezzi, apprende “rubando con gli occhi” e a 8 anni realizza la sua prima perla che ricorda benissimo: una perla millefiori di 8 mm. Ricorda anche la prima perla realizzata alla S.U.V.: una perla a forma di calla, ripetendo i gesti visti compiere dalla zia. Quando Antonella arriva in ditta è un momento favorevole alla produzione, c’è molta richiesta, da lì a breve anche la madre e la zia vengono assunte. La rete famigliare all’interno del laboratorio cresce e si consolida ancora di più. Dai dati raccolti sul campo emerge inoltre che la zia Anna era anche un abile #tiravette#: #perlera# che realizza al cannello fili sottilissimi di vetro, tratti da vetro fatto rammollire a lume, tirando il vetro manualmente, e come spesso accadeva in quegli anni, anche a mani nude (oggi si usano delle pinze). Antonella ricorda benissimo le bolle e i calli sulle mani della zia. La zia lavorerà fino all’età di 75 anni. Anche Antonella “tira” le vette da sé ma con l’uso degli strumenti e riferisce che da giovane qualche volta era aiutata da Salvatore, per fare fili di vetro sottili e lunghi. La mamma Luciana non voleva che Antonella diventasse #perlera#, troppi sacrifici, ma per Antonella il richiamo del fuoco e del vetro erano troppo forti. Madre e figlia hanno lavorato per molto tempo insieme, nella stessa stanza, nelle loro rispettive postazioni. Il loro rapporto era strettissimo, Luciana ha lavorato fino alla sua scomparsa a 78 anni. La perla nella quale era specializzata è la perla a forma di doppio cono. Ogni perla a doppio cono presente in laboratorio oggi, parla di lei. Il suo banco, alla S.U.V., è ancora come lei lo aveva organizzato. In particolare, Antonella ha conservato la protezione fai da te (cotone e cartone) che la madre usava per il pollice della mano sinistra, divenuto un oggetto di affezione e carico di risonanza. Parlando del suo lavoro, Antonella ribadisce quanto nell’apprendistato sia fondamentale “stare vicino a”, osservare, guardare, provare. Aggiunge che bisogna fare amicizia con il fuoco, saper dosare, per lei è una seduzione che ti lega per sempre
La #perlera# è seduta dietro a un telaio di legno con vetro protettivo, lo #specio#, e indossa sugli avambracci delle protezioni e sulla mano destra un guanto protettivo ignifugo. Ha precedentemente disposto sul banco di lavoro le materie prime e gli strumenti necessari per la realizzazione della perla fiorata. Inizia a rammollire una #canna# di vetro, di colore bianco opalino lattiginoso, che impugna con la mano destra. La zona di rammollimento è composta da un piatto di ferro quadrangolare delimitato, dal lato più vicino alla seduta, dal cannello, il #caneo#, o Becco Bunsen: un bruciatore a gas e aria che ha acceso in precedenza. Sul lato opposto è posta una pietra refrattaria a semicerchio sulla quale ribatte la fiamma del cannello. Sugli altri due lati, vi sono, a sinistra della #perlera#, un altro pezzo di pietra refrattaria più piccola e un parallelepipedo in ferro e alla sua destra, un ulteriore pezzettino di pietra refrattaria. Tutti questi elementi concorrono a formare una sorta di arena che crea, e mantiene, una temperatura idonea entro la quale poter creare la perla (quantificabile, solo indicativamente, in ca. 800 gradi, dato che durante la lavorazione può variare). La suddetta bacchetta di vetro è stata composta dalla #perlera# unendo tra loro, con un tondino di rame, quattro #canne# vitree dello stesso colore e calibro. Questa azione è fatta, a sua discrezione, per avere la giusta quantità di vetro che le serve per il tipo di perla che desidera creare e per assecondare il suo consueto modus operandi. Per scioglierla, la gira ripetutamente tenendola inclinata di cica 60 gradi rispetto al banco: l’estremità da rammollire è mantenuta più vicina alla pietra refrattaria a mezzaluna e alla punta della fiamma prodotta dal cannello. Raggiunto il giusto stadio di rammollimento, impugna con la mano sinistra un tondino di rame cavo, collocato, insieme ad altri, alla sua sinistra, e inizia ad avvolgere il vetro molle intorno al tondino di rame che gira costantemente con la mano sinistra per contrastare la gravità e inizia così a creare il nucleo della perla, usa soprattutto il pollice, l’indice e il medio. È un movimento coordinato e contrario, tra mano destra e mano sinistra, dentro alla fiamma, per avvolgere il vetro fino a raggiungere la dimensione desiderata. La #canna# è tenuta perpendicolare. Mantiene il nucleo e la #canna# leggermente scentrarti verso la sinistra della #perlera# e della fiamma del cannello. Riposta la bacchetta di vetro alla sua destra sopra la mezzaluna di pietra refrattaria, per tenerla in temperatura in caso di bisogno, con la mano destra impugna uno strumento per sistemare le estremità della perla, detto anche #sposta cui#. Quest’ultimo, dalla forma di una forcella a V ma con un solo dente, le permette di aggiustare le estremità: nonostante il continuo ruotare del tondino di rame per contrastare la gravità e dare rotondità, a volte, durante la lavorazione, è necessario intervenire per compattare la parte apicale della perla incandescente, parte più soggetta a spostamenti, cedimenti. Dopo di che procede impugnando, sempre con la destra, la pinza modellatrice a forma di sfera (ca. 26 mm). Solleva la perla dalla fiamma e si posiziona al di sopra del cannello, applica una serie di veloci e ripetuti colpetti per aprire e chiudere la pinza, continuando a girare costantemente il tondino di rame su sé stesso, per dare la forma e per controllare che la quantità di vetro sia sufficiente a riempire la forma. Rientra nella fiamma e aggiunge ancora un piccolo quantitativo di vetro molle al nucleo. Inizia ora ad applicare una #vetta# piatta di vetro avventurina, la #fasa de venturina#, anch’essa precedentemente preparata e creata da lei. La applica al centro della perla, creando una sorta di cintura che sarà longitudinale alla perla rispetto ai fori. Per farlo ruota più lentamente il tondino di rame, e quindi il nucleo, verso la mezzaluna di pietra mentre con la destra tiene la #vetta# perpendicolare e avvolge in senso contrario accompagnando il movimento, avvolgendo più volte, inspessendo la cintura. Procede quindi con la seconda decorazione: fa uscire la perla dalla fiamma e riscalda, con la mano destra, una bacchetta di vetro filigrana nero. Rimette la perla dentro la fiamma e con lo stesso movimento, opposto e contrario, tra mano sinistra e mano destra, applica delle strisce sottili di vetro filigrana ai lati della cintura di avventurina: # do calaee de vero filigrana#. La #perlera# ora impugna uno strumento appuntito, lo #sgrafadìn#, e inizia a graffiare, rimantenendo dentro alla fiamma, il vetro filigrana appena applicato, creando dei graffi, delle specie di sbavature di colore che vanno dalla cintura verso le estremità della perla. Esegue prima il lato alla sua destra e poi quello alla sua sinistra, ruotando costantemente il tondino di rame con la perla. Prosegue ora ad eseguire la decorazione floreale, iniziando ad applicare, sopra la cintura di avventurina, una sottile #vetta# cilindrica di colore rosa, precedentemente realizzata da lei. Anche in questo caso, restando dentro alla fiamma e ruotando il tondino di rame, esegue un movimento decorativo ondulatorio con la mano destra. Completa questa parte di decorazione impugnando di nuovo lo #sgrafadìn# e graffiando tutta la cintura: la mano sinistra ruota, la destra è quasi immobile: una graffiatura lineare che crea, nel decoro rosa, delle volute che ricorderanno lo stelo, detto gergalmente in laboratorio la #rama#. Dopo questa operazione, solleva la perla dalla fiamma e riutilizza la pinza modellatrice a forma di sfera, applicando piccoli colpetti. Di nuovo con una sottile #vetta# cilindrica rosa (la nuance di colore rosa scelta può variare a seconda del risultato che desidera ottenere ma la tonalità più usata è, di solito, il rosa rubino) inizia a realizzare una serie di piccole roselline applicate sopra il decoro a stelo a una distanza regolare una dall’altra. La mano sinistra è ferma e la destra, tenendo la #vetta# perpendicolare, compie un movimento a spirale in senso antiorario, la decorazione appare in rilievo. Fatta la spirale, porta la perla verso il piccolo piattino quadrangolare in ferro posizionato sopra al cannello, il #bronzin#, ed applica una data pressione alla spirale rosa molle avvalendosi dell’angolo esterno di sinistra del piattino. Questa delicata operazione, fa rientrare e modella la spirale rendendola più simile a una rosa sbocciata con vari petali. Poi rientra nella fiamma e riinizia a creare una nuova rosellina, ripetendo tutte le azioni. A questo punto la decorazione floreale continua: riscaldata una bacchetta di vetro di colore rosso (il colore scelto può variare in base alla sua fantasia), applica, sempre sulla cintura, dei singoli puntini negli spazi dove non è presente la rosa, rappresenteranno i pistilli di un fiore. Fa uscire la perla dalla fiamma e impugna una #vetta#, anch’essa creata in precedenza, composta da due colori attorcigliati tra loro, il #torcoèto#. La riscalda leggermente, rimette la perla nella fiamma, si sistema la punta della #vetta# appoggiandosi un attimo alla pietra a mezzaluna e inizia ad applicare, intono a ogni pistillo rosso, quattro puntini come petali bicolore (stilizzazione dei fiorellini noti come non ti scordar di me). Completata anche questa ultima parte della decorazione, sistema le estremità con lo strumento apposito, bagnandolo ogni volta nel contenitore metallico, detto #pote#, con acqua, che è posizionato alla sua destra. Lo bagna affinché il vetro molle non si possa attaccare al metallo. Esegue un modellamento finale con la pinza a forma di sfera, ruotando sempre il tondino di rame. Posiziona per qualche secondo la perla, continuandola a muovere, sopra una bocchetta d’aria posta sul banco alla sua sinistra. La bocchetta è parzialmente chiusa da un bullone, per mitigare la quantità di aria che fuoriesce, e fa raffreddare leggermente per qualche secondo la perla sopra al soffio d’aria. Questa azione è fondamentale prima di inserirla a raffreddare completamente. Senza questo passaggio sull’aria per il tempo necessario, stabilito ad occhio dalla #perlera#, la vermiculite granulosa presente nel contenitore di raffreddamento finale si potrebbe attaccare alla perla troppo calda. In questo caso, già a questo stadio, la perla rivela molti dei suoi colori e il suo aspetto definitivo. Raffreddata quel tanto che basta all’aria, la inserisce definitivamente nel contenitore con il materiale ignifugo, la #scoassera#, dove si raffredderà gradualmente per diverse ore. Verrà poi tagliato il tondino di rame eccedente e la perla subirà un trattamento all’acido nitrico, che non intacca il vetro, per sciogliere la piccola parte di rame che corre lungo il nucleo e liberare così il foro
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Tecnica di lavorazione perla di vetro fiorata