Tecnica di lavorazione perla di vetro millefiori o mosaico, TECNICHE
https://w3id.org/arco/resource/DemoEthnoAnthropologicalHeritage/0500736822 an entity of type: DemoEthnoAnthropologicalHeritage
Tecnica di lavorazione perla di vetro millefiori o mosaico, bene semplice
Tecnica di lavorazione perla di vetro millefiori o mosaico, TECNICHE
Tecnica di lavorazione perla di vetro millefiori o mosaico, TECNICHE
La #perlera# preleva con un cucchiaio un certo quantitativo di sezioni di #canna# murrina (a sei strati, con disegno a cerchi concentrici) e li posiziona all’interno della zona di rammollimento della sua postazione di lavoro. La suddetta zona è composta da un piatto di ferro quadrangolare delimitato, dal lato più vicino alla seduta, dal cannello, il #caneo#, o Becco Bunsen: un bruciatore a gas e aria che ha precedentemente acceso. Sul lato opposto è posta una pietra refrattaria a semicerchio sulla quale ribatte la fiamma del cannello. Sugli altri due lati, vi sono, a sinistra della #perlera#, un altro pezzo di pietra refrattaria più piccola e un parallelepipedo in ferro e alla sua destra, un ulteriore pezzettino di pietra refrattaria. Tutti questi elementi concorrono a formare una sorta di arena che crea, e mantiene, una temperatura idonea entro la quale poter creare la perla (quantificabile, solo indicativamente, in ca. 800 gradi, dato che durante la lavorazione può variare). È già posizionata, sopra la pietra refrattaria più grande, una bacchetta di vetro, di colore “blu anima”. In questo modo la #canna# si scalda gradualmente per poter poi essere utilizzata, senza farle subire drastici sbalzi di temperatura. Tale #canna# è stata precedentemente composta dalla #perlera# unendo tra loro, con un tondino di rame, quattro #canne# vitree dello stesso colore e calibro. Questa azione è fatta, a sua discrezione, per avere la giusta quantità di vetro che le serve per il tipo di perla che desidera creare e per assecondare il suo consueto modus operandi. Le sezioni di murrina, poste all’interno della zona di rammollimento, nel frattempo “si cuociono”, ovvero si scaldano prima dell’utilizzo: se ancora fredde, per lo shock termico, potrebbero scoppiare. La #perlera#, seduta alla postazione dietro a un telaio di legno con vetro protettivo, lo #specio#, indossa sugli avambracci delle protezioni e sulla mano destra un guanto protettivo ignifugo. Inizia a scaldare ulteriormente la #canna#: per riscaldarla adeguatamente, e far rammollire al punto giusto il vetro, gira spesso nei due sensi la bacchetta che tiene impugnata nella mano destra con il braccio inclinato a un’angolatura di circa 60 gradi rispetto al banco. Mantiene la #canna# più verso la punta della fiamma prodotta dal cannello. A questo punto impugna con la mano sinistra un tondino di rame cavo e lo tiene vicino alla zona calda. L’estremità della #canna#, essendo composta da bacchette diverse, deve essere sciolta e ricompattata in un’unica bacchetta, per fare questo si avvale anche del piccolo piattino sopra il cannello, il #bronzin#, si appoggia e schiaccia, per modellare via via l’estremità rammollita. Entra ed esce dalla fiamma per alcune volte, e al momento giusto, inizia ad avvolgere il vetro molle intorno al tondino di rame che gira costantemente con la mano sinistra per contrastare la gravità e inizia così a creare il nucleo, l’anima, della perla. È un movimento coordinato e contrario, tra mano destra e mano sinistra, dentro alla fiamma, per avvolgere il vetro molle. A questo punto, riposta la bacchetta di vetro sulla pietra refrattaria, impugna con la mano destra una pinza modellatrice per dare la forma voluta al nucleo: un’oliva, #olivotto# (in questo caso della misura di ca. 30x26 mm). La perla è tenuta al di sopra della fiamma del cannello. Apre e chiude la pinza più volte applicando una leggera pressione mentre contemporaneamente fa ruotare su sé stesso il tondino di rame con la perla, quindi rientra nella fiamma. I tempi di ingresso e fuoriuscita della perla dal calore della fiamma sono dettati dall’esperienza, dall’abilità e dalla percezione maturata nel tempo. Nonostante il continuo roteare del tondino di rame, è necessario, a volte, durante la lavorazione, che debba intervenire con uno strumento per sistemare le estremità delle perla che possono cedere leggermente. In questo caso la #perlera# utilizza un coltello mutuato dalla cucina. Ritorna a consolidare la forma del nucleo con la pinza modellatrice e quindi inizia a comporre il mosaico che caratterizza la tipologia di perla che sta creando. Con l’uso di un attrezzo appuntito, il #tacadìn#, che era già posizionato sulla pietra refrattaria per restare in temperatura, prende una alla volta le sezioni di murrina e le appoggia all’anima incandescente della perla: inizia prima dall’estremità alla sua sinistra e procede a cerchi concentrici verso il centro. Le sezioni di murrina sono calde, “cotte” al punto giusto, e vengono messe ad incastro, #incaseae#. Le murrine in questo modo, grazie all’azione del fuoco, via via si rammolliscono e si saldano al nucleo e anche tra loro, come in un mosaico, diventando anch’esse un tutt’uno incandescente. Ogni volta che applica una sezione, solleva leggermente il tondino di rame e fa uscire la perla dalla fiamma per poi rientrare. A volte, sempre con il #tacadìn#, si sposta, in posizione più comoda, le sezioni di murrina che sono accumulate vicino alla fiamma. Dopo aver eseguito alcuni giri concentrici all’estremità sinistra della perla, ricomincia dal lato destro. Continua a ritroso verso il centro fino a che la perla è tutta ricoperta dalle murrine. A questo punto la #perlera# prende di nuovo in mano il coltello, lo bagna in una ciotola di metallo, detto #pote#, con acqua, posta alla sua destra, e inizia ad accarezzare con la lama del coltello la perla. L’immersione nell’acqua, ad ogni passaggio/carezza, serve affinché il vetro rammollito non si attacchi all’attrezzo. Lo scopo è quello di sentire, attraverso lo strumento, se ci sono degli avvallamenti tra le murrine incasellate, ed eventualmente correggerli. Ripete questa operazione alcune volte sui vari punti della perla, in alcuni casi applica una leggera pressione, in altri accarezza avanti e indietro un punto lisciando mentre contemporaneamente gira il tondino di rame facendo sempre ruotare la perla. Compiuta questa operazione procede con un ulteriore passaggio con la pinza modellatrice, ma questa volta applica pochissima pressione, non la chiude completamente, appoggia leggermente la perla su una delle due parti dello stampo a forma di oliva, continuando a far roteare la perla. Dà un’ultima sistemata alle estremità e un ultimo passaggio con la pinza. A questo punto posiziona la perla, continuandola a muovere, sopra una bocchetta d’aria posta sul banco alla sua sinistra. La bocchetta è parzialmente chiusa da un bullone, per mitigare la quantità di aria che fuoriesce, e fa raffreddare leggermente per qualche secondo la perla sopra al soffio d’aria. Questa azione è fondamentale prima di inserirla a raffreddare completamente. Senza questo passaggio sull’aria per il tempo necessario, stabilito ad occhio dalla #perlera#, la vermiculite granulosa presente nel contenitore di raffreddamento finale si potrebbe attaccare alla perla troppo calda. Raffreddata quel tanto che basta all’aria, la inserisce definitivamente nel contenitore con il materiale ignifugo, la #scoassera#, dove si raffredderà progressivamente per diverse ore. Una volta raffreddata, la perla rivelerà i suoi colori e decori definitivi che fino a questo momento sono sfalsati dal calore. Verrà poi tagliato il tondino di rame eccedente e la perla subirà un trattamento all’acido nitrico, che non intacca il vetro, per sciogliere la piccola parte di rame che corre lungo il nucleo e liberare così il foro
Tecnica di lavorazione perla di vetro millefiori o mosaico (bene semplice)
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Il bene in esame è direttamente collegato alla figura professionale della #perlera/èr#: quest’ultima, grazie ai saperi, abilità e pratiche incorporate apprese e consolidate nel tempo, crea artigianalmente le perle di vetro. La lavorazione a lume viene identificata come una seconda lavorazione del vetro, in quanto la materia prima per la creazione di perle è la bacchetta di vetro, #canna#, massiccia, ovvero senza foro, monocroma o no. Queste #canne# sono specificatamente prodotte in fornace e devono avere delle caratteristiche precise: una gamma di colori infinita, sia trasparenti che opachi, devono essere intensamente colorate, perché il vetro viene lavorato in strati molto sottili e soprapposti, i colori devono essere stabili. Dalla #canna# massiccia i #perleri# ricavano inoltre, tirandole a mano, le #vette# (sottili fili di vetro cilindrici o piatti) usati per decorare. Una #canna# vitrea massiccia molto particolare è la cosiddetta “millefiori o murrina” che viene utilizzata dai #perleri# per la realizzazione della perla omonima. Questa #canna# è realizzata in fornace al pari della monocroma, la differenza è che, semplificando al massimo il complesso sistema di produzione, prima della sua tiratura, viene lavorata progressivamente ricorrendo sia a stampi, ad esempio a forma di stella, circolari…, sia aggiungendo diversi strati di colore, immergendo via via il bolo di vetro incandescente in crogiuoli con vetro fuso di altro colore, a #levade# (il numero finale degli stati può variare a seconda del risultato che si desidera ottenere). Quando infine il bolo di vetro incandescente viene tirato, la #canna# si allunga e riduce il suo diametro, ma il disegno all’interno (dato dagli stampi e/o dai vari strati di colore apposti) non perde la sua definizione, non si deforma e si dispone lungo tutta la lunghezza della #canna#. Questa bacchetta di vetro può essere tagliata in sezioni di pochi millimetri, con l’uso di un’apposita macchina. Ogni fettina ottenuta riporta al suo interno il disegno: sono le murrine che vengono utilizzate durante la lavorazione a lume per la creazione di un mosaico intono al nucleo centrale della perla che prende quindi il nome di perla millefiori o mosaico, o a mosaico. Per completezza si segnala che esiste anche un altro metodo per creare le #canne# murrine, in cui quest’ultime sono costruite, a freddo, formando giri concentrici di #canne# di calibro inferiore. Venivano poi rammollite e tirate; sono chiamate spesso #canne di canne#. Se si utilizzassero sezioni di questa tipologia per la perla millefiori, si potrebbe notare che il disegno interno alle murrine, gli strati, potrebbero non avere contorni netti. Tutte le fonti orali e scritte concordano nel sottolineare che le varianti di perla millefiori o a mosaico realizzabili sono innumerevoli. Basti pensare, solo per citare alcuni esempi, che la tecnica a mosaico può produrre una perla, di svariate forme e dimensioni, interamente ricoperta di murrine, o ricoperta solo in parte, può essere satinata, lucida, può avere decorazioni aggiuntive come rigature con #vette# trasversali o longitudinali, commistioni di altre tecniche come l’inserimento di un decoro piumato… Può essere una perla a mosaico con occhi, ovvero con l’inserzione di poche murrine su fondo monocromo che richiamano gli occhi. A questo si aggiunga la personale creatività, la tecnica, l’interpretazione del singolo laboratorio o della #perlera/èr# che danno vita a tipologie identitarie e riconoscibili. Le fonti scritte documentano che questa tipologia di perla ebbe un grandissimo successo, in particolare, tra la fine dell’Ottocento e tutta la prima metà del Novecento e che molte esportazioni riguardavano i mercati dell’Africa Occidentale. Alcuni testi specificano che le perle millefiori destinate al mercato coloniale erano anche chiamate “mosaico Africa” ed avevano preferibilmente una forma cilindrica dritta o leggermente ricurva con una finitura opaca. I testi riferiscono inoltre che questa tipologia di perla si ispiri alla tecnica del vetro a mosaico. Quest’ultima è una tecnica antichissima molto usata in epoca alessandrina e romana ma poi messa progressivamente in ombra dal crescente uso della tecnica soffiata: a Murano riappare verso il XVI secolo. Le tavole sinottiche presenti in alcuni testi relativi anche alle perle di vetro veneziane, riportano la presenza di perle con canna millefiori databili tra il XVI-XVII secolo. La lavorazione fu ripresa e reinterpretata nuovamente, nella seconda metà dell’Ottocento, dopo un periodo di calo, e molto utilizzata dai maestri vetrai, soprattutto con canne millefiori create con il metodo delle #levade# (stati di colore e stampi), per la realizzazione di svariate opere in vetro come fermacarte, piatti, ciotole, coppe… Furono definiti, da alcuni studiosi, vetri murrini (come l’abate Vincenzo Zanetti, fondatore anche del Museo Civico-Vetrario nel 1861). Diverse fonti scritte sottolineano come questa tecnica vetraria abbia avuto un ruolo importante nel rilancio dell’economia stessa di Murano a partire dalla metà dell’Ottocento e come i vetri murrini muranesi fossero presenti in gran numero all’interno di importanti mostre internazionali come nell'Esposizione Universale di Londra del 1862 o quella di Parigi del 1867 riscuotendo molto successo. La ripresa della tecnica nella seconda metà del XIX secolo, coinvolse progressivamente anche la lavorazione delle perle a lume. Alcuni studiosi sottolineano che una produzione di perle a mosaico doveva essersi riattivata, attraverso una serie di nuove sperimentazioni, nei primi decenni dell’Ottocento, per poi consolidarsi nel tempo dato l’apprezzamento riscosso. Tra i fautori di questa ripresa si possono menzionare Domenico Bussolin che aveva ripreso la tecnica mosaico, innovandola, e Giovanni Battista Franchini, il quale ha dato ulteriore spinta alla creazione di questo genere di perle introducendo anche l’uso di pinze per modellarle con nuove forme e accelerare i tempi di lavorazione. Esistono, solo per citare un esempio, delle cartelle campionarie della ditta di Giovanni Battista Franchini, inventariate e conservate nel Museo del Vetro di Murano, che presentano all’interno alcune perle millefiori databili al secondo quarto dell'Ottocento, questi esemplari, sono indicati come tra i primi prodotti dalla ripresa. Franchini, tra l’altro, produsse lui stesso la #canna# millefiori nel periodo dal 1838 al 1860, sia quella a #levade#, sia una tipologia molto complessa, realizzata a mano, che componeva al suo interno disegni articolati come la gondola, volti, iniziali, etc. Anche quest’ultimo tipo di #canna# veniva sezionata e utilizzata per vari manufatti, in alcuni dei quali potevano essere presenti entrambe le tipologie. Proseguendo nell’inquadramento storico del bene in esame, è necessario sottolineare che la perla in sé, la cui attestazione risale già dall’Età del Bronzo, presenta molti e significativi aspetti, basti pensare al suo ruolo economico in diversi contesti, ai possibili impieghi come ornamento, come simbolo di status, al suo ruolo in riti di passaggio o in rituali apotropaici, solo per citare alcuni esempi. In questa sede però appare opportuno, più che soffermarsi sul manufatto o approfondire come e quando la millenaria tradizione della lavorazione del vetro giunse e si sviluppò a Venezia (il più antico documento attestante la produzione in città è datato 983 d.C.), ricostruire, seppur brevemente, la storia della figura professionale della #perlera/er#. Confrontando diverse fonti scritte, si evidenzia l’esistenza di alcuni precorritori. Innanzitutto, coloro che fabbricavano i cosiddetti “veriselli” o #verixélli#, termine usato per indicare gemme in vetro ad imitazione di quelle vere molto usati alla fine del Medioevo. Nel 1319, questi oggetti sono esplicitamente citati nel Capitolare dell’“Arte delli Christallieri”, ma le fonti concordano nel ritenere che sicuramente la loro produzione fosse ben attestata a Venezia già negli anni precedenti. Oltre ai #verixélli# producevano anche i cosiddetti #paternostri# che in veneziano indicano i grani del rosario e i loro creatori erano definiti #paternostrèri#. Si segnala che l’abilità nella creazione di perle di vetro a imitazione di pietre naturali era tale che la Serenissima predispose articolate regole e controlli nella commercializzazione delle suddette perle sul suo territorio, in particolare se accompagnate da montature in oro. Vi era però anche una seconda categoria di progenitori: i “cristallieri”, quest’ultimi, per creare i grani, lavoravano a freddo, attraverso molatura di cilindretti di #canna# di vetro forata, mentre i #paternostrèri# lavoravano i cilindretti a caldo. Nel 1511 l’“Arte dei paternostrèri” viene inclusa e aggiunta a quella dei “cristallieri” che diventa “Arte delli Christallieri et Paternostèri”. È noto che durante tutto il Cinquecento la richiesta di perle di vetro divenne altissima, a causa dell’espansione coloniale con l’apertura di nuovi e vasti mercati come, ad esempio, verso le Americhe e l’Africa. Intanto si fa strada a Murano la produzione di una nuova tipologia di #paternostri#, più piccoli, creati da #canna# forata e lavorate a “ferazza” o “feraccia”. In commercio si potevano quindi trovare perle create con gli #spei da paternostri#, bastoncini in cui infilare cilindretti di #canna# forata per arroventarla a caldo, perle create da canna forata sezionata e molata (come, ad esempio, la perla rosetta) o perle create a #ferace# dove i cilindretti di #canna# forata venivano sottoposti a un complesso e lungo procedimento per creare le cosiddette #margaritine#, cioè perline molto piccole, simili a semi (oggi note come #conterie#). Questo procedimento di lavorazione resterà pressoché invariato fino all’introduzione, nel 1817, di nuovi metodi. Tornando alla nascente produzione di #margaritine#, quest’ultima si afferma a tal punto che nel 1683 si istituisce l’“Arte dei Margaritéri” con un loro statuto. Come già accennato, per creare le perle, ci si serviva, come materia prima, di bacchette di vetro, #canne# forate e poi tagliate in cilindretti. La dinamicità dei saperi e il fermento creativo del periodo ispirarono una importante novità. Nel tempo ci si rese conto che l’uso di una #canna# di vetro compatta, piena, era molto più consona a essere rammollita al fuoco e poi avvolta. Questa tecnica consentiva la realizzazione di innumerevoli tipologie di perle. Pur non esistendo una data certa sulla nascita di tale tecnica, molti storici affermano che probabilmente si sviluppò verso la fine del Cinquecento. Questo procedimento consisteva nel lavorare a lume, ovvero avvalendosi di una lucerna alimentata da grasso animale e immettendo aria con un mantice e gli artigiani che la utilizzavano vennero denominati #suppialùme#. La prima fonte scritta di questa denominazione è datata 1612 e non avevano una loro corporazione: se all’inizio facevano parte dei #paternostrèri#, verso la metà del Seicento nasce la “Mariegola dei Suppialùme”. Un altro aspetto interessante che emerge dalle fonti storiche è che i #suppialùme#, potevano benissimo lavorare da casa, allestendo facilmente una postazione di lavoro. Nel frattempo inizia gradualmente ad affermarsi una nuova denominazione per questa figura professionale che lavora davanti a una lampada: il #perlèr#. Nel 1670 il passaggio è completato con l’istituzione dell’“Arte dei Perleri”. I #paternostrèri# e i #perleri#continuavano però a condividere i medesimi privilegi (forme di tutela da parte della Repubblica di Venezia). Le fonti indicano che questo proliferare di termini e di relative dispute su chi produceva cosa e come, perdurò fino al 1764 circa quando un documento ufficiale fece chiarezza su alcune nomenclature: il vetraio lavora in fornace, i #margaritèri# a #ferace#, i #perleri# con "la lume". A complicare ulteriormente la terminologia, si deve aggiunge che il termine #contarie# o #conterie# per molto tempo indicò tutte le tipologie di perle e non solo quelle piccole, a semenza. La crescente concorrenza estera, causata anche dalla fuga di alcune maestranze dell’arte all’estero, contravvenendo alle rigide regole della Serenissima in campo di esclusività dei saperi, causerà un calo progressivo della produzione. A seguire, la caduta della Serenissima, l’arrivo dei francesi, il blocco navale napoleonico, lo scioglimento delle corporazioni portarono un significativo e complesso periodo di crisi nel settore del vetro che perdurò anche agli inizi dell’Ottocento causando incertezza e molta precarietà. Una timida ripresa nel secondo quarto dell’Ottocento via via si consolida grazie all’intraprendenza dell’emergente borghesia e alle innovazioni tecnologiche. Nel 1840, ad esempio, si introduce l’uso del gas al posto del grasso animale per alimentare il fuoco. In questo periodo nascono ditte a conduzione familiare che impiegano anche lavoratori a domicilio, ditte ben organizzate, spesso su base parentale e familiare. Dalla metà Ottocento si assiste a una vera e propria rinascita causata da una felice contingenza di fattori tra i quali: migliorie nelle strumentazioni, invenzione di nuove tipologie di perle, creazioni di nuovi colori per le bacchette di vetro…Le perle di vetro furono ben accolte dalla moda dell’epoca, la richiesta aumentò esponenzialmente tanto che, fino circa agli anni Trenta, Venezia avrà il monopolio dell’esportazione di #conterie#. Alla fine del XIX secolo nasce la Società Veneziana per l’Industria delle Conterie che riuniva 17 ditte con molti lavoratori dipendenti e a cottimo. La Società chiuderà definitivamente nel 1993 e gli spazi, acquistati dal Comune, sono oggi dedicati a mostre ed eventi temporanei in connessione con il Museo del Vetro di Murano. Nella creazione di perle, non vi era parità di genere, come in molti altri settori: per molto tempo il fabbricante di perle era una professione quasi esclusivamente maschile. I progressivi cambiamenti socio, economici e culturali, uniti all’incremento della domanda di mercato, portarono, da metà Ottocento, a una progressiva femminilizzazione del lavoro delle perle a lume sia a domicilio che all’interno laboratori, ribaltando la proporzione, tanto che oggi, il numero di #perlere# è maggiore di quello dei #perleri#. Nuove trasformazioni arrivano dopo la Seconda Guerra Mondiale: a Venezia la nascita di nuovi poli industriali e la parallela decolonizzazione post conflitto portarono a un nuovo forte calo della produzione di perle di vetro la quale, però, non si è mai fermata, pur non raggiungendo più i volumi di produzione del passato, grazie a piccole e medie imprese artigianali, spesso a conduzione familiare, ancora attive sul territorio veneziano. L’ininterrotta produzione ha premesso di tramandare e perpetuare fino ad oggi una buona parte dei saperi, delle tecniche di realizzazione e delle memorie inerenti quest’arte, le quali, unite all’intrinseca dinamicità delle tradizioni artigianali e al confronto reciproco tra detentori e praticanti, assicurano una sua vitalità (BAROVIER MENTASTI 1982, BERTAGNOLLI SEGA URBANI DE GHELDOF 1989, ZECCHIN 2005a, PANINI DI SALVO 2007, MORETTI 2009, DE CARLO 2012, PANINI 2017, SARPELLON 2022)
L’arte delle perle di vetro implica competenze, tecniche codificate, abilità, creatività, gesti e saperi incorporati. Quest’arte, in estrema sintesi, comprende due macro-campi, il primo è la realizzazione delle perle a lume: creare un nucleo di vetro rammollito al calore della fiamma avvolto su un tondino di metallo, che viene modellato e decorato in vari modi. Il secondo riguarda le perle a canna tirata, realizzate da pezzi di canna tirata già forata, tagliate, modellate e rifinite con la molatura. Rientra in questa categoria anche l’infilatura di perline di vetro minuscole, le #conterie#, termine che oggi identifica le perline a semenza (ottenute proprio da #canne# forate) e la relativa realizzazione di artefatti di vario tipo. Per la realizzazione di una perla a lume si deve rammollire la materia prima precedentemente realizzata in fornace: sono bacchette di vetro di vario calibro e colori, note come #canne#, piene. Il termine lume evidenzia che è necessario, per rammollire la #canna# e lavorarla, una fonte di calore adeguata. La postazione di lavoro infatti ha una zona specifica composta dal cannello (un bruciatore, denominato a volte anche Becco Bunsen, alimentato a gas e aria o ossigeno) e pietra refrattaria. Dal rilevamento sul campo emerge che vi sono diverse tipologie di perle a lume: la perla più semplice che si può realizzare è monocroma, detta #scièta#, alla quale è possibile dare la forma desiderata anche con l’aiuto, o meno, di attrezzi per modellare. Iniziando ad unire, nella stessa perla, più colori e/o introducendo diversi possibili decori e forme, le tipologie realizzabili aumentano esponenzialmente. Vi sono, ad esempio, le perle sommerse: caratterizzate da un nucleo di vetro trasparente o opaco, decori e uno o più strati di vetro trasparente che sommergono il decoro. Quest’ultimo può essere costituto anche da foglia oro o argento. Questa lavorazione sortisce una sorta di “effetto lente d’ingrandimento”. Un’altra tipologia sono le perle fiorate, #fiorà#, composte da un nucleo di base di un unico colore, un disegno ondulato alle estremità, l’uso eventuale di avventurina e un decoro con vette che richiamano le stilizzazioni di fiori: rosa, non ti scordar di me, margherite, etc. Vi sono poi le perle soffiate, la cui realizzazione, pur partendo da canne di vetro preformate e utilizzando la lavorazione a lume, richiama anche la lavorazione in fornace poiché è necessario soffiare aria attraverso un’asta/asticella forata d’acciaio con all’estremità un cilindro di vetro rammollito. Una tipologia molto nota sono le perle millefiori, abitualmente dette anche mosaico o a mosaico per le quali si utilizzano specifiche #canne# millefiori di vario calibro all’interno delle quali, lungo tutta la lunghezza, è presente un disegno (strati di colore e forme date con stampi, a #levade#). Questa tipologia di perla ha un nucleo di base al quale si appoggiano, con uno strumento apposito, dischetti di murrina, precedentemente tagliate da #canna# millefiori; le sezioni riscaldate si saldano al nucleo. Una volta raffreddate le perle possono essere lucidate o molate per far risaltare maggiormente il mosaico creato. La perla è quindi il risultato di movimenti, gesti che includono materie prime, di cui bisogna conoscere bene le proprietà, e attrezzi, con cui bisogna stabilire una relazione: le informazioni raccolte sul luogo sottolineano che si sviluppa una sorta di coinvolgimento tra artigiano, strumento e materie prime. È una tecnica del corpo, una sintesi acquisita, o meglio, incorporata, attraverso percezione e apprendistato, elementi comuni a molti altri saperi artigianali. È un saper fare che si impara stando vicino ad altri #perleri#, osservando, imitando, bisogna #rubar con gli oci#. L’apprendistato è un processo di comprensione pratica, che permette di creare un rapporto tra percezione, creatività, abilità, esperienza. Tutti questi elementi sono ben riconoscibili nell’osservazione della #perlera# Antonella Rossi mentre realizza la perla millefiori. Non solo la creatività, l’estro, che porta ad accostare colori, sezioni di murrine, anche diverse tra loro, introdurre ulteriori tipi di decorazioni, creare un sincretismo tra lavorazioni diverse, decidere una forma finale…Entrano in gioco tutta una serie di gesti e sensazioni tattili e visive: il continuo movimento del tubicino di rame impugnato con la mano sinistra ma girato con pollice, indice, medio o la capacità di vedere se il vetro è rammollito a sufficienza; l’inclinazione del braccio e la rotazione della mano destra mentre si crea il nucleo, sapere quanto premere con una pinza. Comprendere i ritmi del vetro: quanto poter stare con la perla fuori o dentro alla fiamma. Saper riconoscere i vari segnali visivi di quello che sta accadendo nella massa incandescente dove tutto, a un occhio profano, appare indistinto. Capire quanto regolare, anche durante la lavorazione, l’apporto di gas e di aria nel cannello, per modificare la temperatura. Sentire, accarezzando la perla con uno strumento, se vi sono avvallamenti tra le sezioni di murrine, ed eventualmente applicare una determinata pressione o capire quanto tenere la perla sopra alla bocchetta dell’aria per farla raffreddare…Tutte le narrazioni raccolte, anche in altri laboratori artigianali di produzione di perle a lume, restituiscono un rapporto vivo con la materia, gli strumenti e il fuoco, raccontano di una corrispondenza tra questi elementi e l’artefice. ll gesto è generato e si adegua: “sento come si sta muovendo, dove sta cadendo”. Molti parlano di un flusso in cui tutto si mescola, si fonde, eppure in questo processo in cui tutto è fluido, hanno l’abilità di capire, di leggere, di sentire quello che sta accadendo dentro la fiamma. Nella creazione della perla di vetro esiste una progettualità, arrivare a un risultato finale, che è nella mente dell’artigiano fin dall’inizio, ma questo obbiettivo auspicato è descritto come “solo una parte”: poi, in fase di realizzazione, nel fare concreto, c’è il coinvolgimento del vetro, le sue reazioni al fuoco, e c’è l’abilità dell’artigiano di capire tali reazioni e sapervi rispondere, il risultato finale potrebbe cambiare facendo. Molti #perleri# hanno un legame così forte con il vetro che ne parlano soggettivandolo, attribuendogli caratteristiche ed emozioni: “oggi ha una brutta giornata”, “bisogna convincerlo”, “devi fare amicizia”, “questo colore ha un brutto carattere”, “a volte si arrabbia e scoppia”, “è vivo e si muove, bisogna capirlo, bisogna convincerlo”. Un altro aspetto emerso durante la rilevazione sul campo riguarda il nucleo, la base della perla millefiori: diverse fonti, orali e scritte, si riferiscono a questa parte interna come anima. Preferibilmente questo termine viene utilizzato per la perla millefiori e non nel descrivere altre tipologie, diverse fonti orali interpellate usano il termine anima solo per la perla millefiori e nucleo per le altre. Come accennato per la creazione della perla millefiori esiste una #canna# vitrea usata specificatamente come base per questa tipologia: una gradazione di blu denominata “blu anima”. Non è il solo colore utilizzabile, dipende dalla creatività, dalle sperimentazioni e dall’effetto finale che si desidera ottenere. Le fonti orali finora raccolte evidenziano che il blu è un colore che ben si adatta alla perla millefiori perché permette di far risaltare molto bene le diverse sezioni di murrina applicate a mosaico. Alcuni informatori riferiscono che questa nuance di blu era economicamente più conveniente rispetto a #canne# vitree con altre tonalità di blu, quindi, era prodotta, identificata e scelta dai #perleri# soprattutto per fare il nucleo della perla a mosaico. Per un miglior inquadramento del bene catalogato e della sua biografia culturale, si riporta brevemente la storia del laboratorio artigianale S.U.V. e delle famiglie coinvolte. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il napoletano Umberto Scognamiglio decide di trasferirsi a Trieste dove lavora come venditore di sacchettini di porporina utilizzati per ridonare la giusta patina ai tubi delle stufe a legna. Dopo pochi anni da Trieste si trasferisce a Venezia, alla ricerca di un nuovo lavoro, lì incontra in zona Cannaregio un amico napoletano grossista in cerca di produttori di perle di vetro. Umberto, mosso da una grande intraprendenza imprenditoriale, si offre di procurale lui stesso e in un mese riesce ad avviare una piccola produzione nel magazzino di casa e presentare un campionario. L’alta qualità delle perle prodotte gli permette in breve tempo di crescere in questo settore, trasferendo la produzione della Scognamiglio Umberto Venezia (S.U.V.) prima a San Giobbe, in Calle delle Canne, poi in area ex Staffa e infine, nel 1966 circa, nell’attuale sede sempre in zona Cannaregio ingrandendosi sempre più. Nel frattempo, la moglie e i figli raggiungono Umberto a Venezia. La figlia Rosa collabora nell’attività di famiglia. Da Napoli arriva anche il ventottenne Oscar Sito, marito di Rosa, il quale inizia a collaborare nella ditta del suocero e vi rimarrà fino alla sua scomparsa a 86 anni. Una rete parentale forte e coesa che ha favorito il successo del laboratorio. Le testimonianze orali rilevano che oltre all’attività di creazione di diverse tipologie di perle di vetro e confezionamento di bijoux con le suddette, Umberto e Oscar si dedicavano anche ai cosiddetti bagni di smalto delle perle: la perla smaltata infatti era richiesta dal mercato negli anni Sessanta e Settanta (alcune perle di vetro semplice, color bianco alabastro, venivano infilate in una specie di pettine in legno e immerse in bagni di smalto colorati). Per un periodo, oltre ai dipendenti in laboratorio, vi erano anche collaboratrici che lavoravano a domicilio. Nel 2008 circa, dopo la scomparsa di Oscar e la riduzione delle richieste di mercato, la S.U.V. ha ridotto parzialmente i suoi spazi ma nonostante ciò, il laboratorio è rimasto molto vasto, suddiviso in vari comparti: una zona di rappresentanza e esposizione campionario, una zona di realizzazione delle perle con le postazioni delle #perlere# e dei #perleri#, una per il confezionamento, una per la molatura, il taglio delle canne di vetro e la creazione di piastre di vetro, i depositi, gli spogliatoi e la zona pranzo e relax. La tradizione familiare prosegue grazie ai due figli di Oscar, attivamente presenti, Gaetano sarà rappresentante per diversi anni prima di ritirarsi e soprattutto Salvatore, che, come riferisce, “nato e vissuto nel laboratorio”, inizia da adolescente con piccole mansioni, poi una collaborazione fissa dall’età di 24 anni diventando la colonna portante della ditta fino a che, a causa di problemi di salute, la ditta ha chiuso la produzione nel 2022. Salvatore non crea fisicamente le perle, ma si occupa della progettazione, studio, ricerca, sperimentazione oltre che alla commercializzazione italiana ed estera. La sua creatività si traduce in tipologie di perle molto scenografiche, di altissima qualità e con colorazioni particolari (anche per l’uso di canne di vetro del deposito degli anni Trenta e Quaranta oggi impossibili da riprodurre) i cui nomi si rifanno a libri, musiche, ricerche che le hanno ispirate (es. Marco Polo, Canova, Karma, Fenicia…). Dai suoi racconti emerge chiaramente come sia innamorato di questo mestiere e come fare perle, e le perle, pervadano ogni aspetto della sua vita, fanno parte del suo essere. Nella comunità dei detentori del saper fare, lui e la sua famiglia sono considerati un esempio e un punto di riferimento. I tre figli di Salvatore hanno intrapreso percorsi lavorativi diversi. Attualmente il laboratorio resta a disposizione per dimostrazioni al fine di diffondere la conoscenza delle varie tecniche di lavorazione, i saperi tradizionali e le memorie storiche. L’altra colonna del laboratorio è rappresentata da Antonella Rossi, classe 1966, la quale inizia a lavorare alla S.U.V. adolescente, nell’estate del 1981, inizialmente per quello che doveva essere solo un lavoro estivo. In laboratorio conosce Salvatore, si sposano, il lavoretto estivo diventa la sua vita e lavora in laboratorio per circa 44 anni, divenendo negli ultimi anni anche socia della ditta. Dal suo racconto di vita emerge che il suo primo compito alla S.U.V. è stato al reparto confezionamento (passare al setaccio le perle per dividere i vari calibro, creare i manufatti secondo i modelli di campionario, preparare il lavoro per coloro che lavoravano da casa). Riferisce che da Oscar Sito, ha imparato tutto. Antonella non era estranea al mondo delle perle di vetro: la madre e la zia erano #perlere# e lavoravano a casa. Luciana, madre di Antonella, ha iniziato a lavorare nel campo delle perle di vetro a 8 anni, nel 1948, come garzona addetta a tagliare la parte apicale dei tubicini di rame in cui sono infilate le perle, raddrizzare il rimanente tubicino e fare eventuali giunte per sfruttare il più possibile il bastoncino. Sua zia era una #mistra#, nel campo delle perle, raccoglieva commesse di lavoro da diverse ditte, assegnava il lavoro svolto a casa e lo consegnava. A 13 anni Luciana inizia a creare perle insieme alla sorella Anna. Antonella da bambina osservava mamma e zia, era attratta dai colori, il fuoco, gli attrezzi, apprende “rubando con gli occhi” e a 8 anni realizza la sua prima perla che ricorda benissimo: una perla millefiori di 8 mm. Ricorda anche la prima perla realizzata alla S.U.V.: una perla a forma di calla, ripetendo i gesti visti compiere dalla zia. Quando Antonella arriva in ditta è un momento favorevole alla produzione, c’è molta richiesta, da lì a breve anche la madre e la zia vengono assunte. La rete famigliare all’interno del laboratorio cresce e si consolida ancora di più. Dai dati raccolti sul campo emerge inoltre che la zia Anna era anche un abile #tiravette#: #perlera# che realizza al cannello fili sottilissimi di vetro, tratti da vetro fatto rammollire a lume, tirando il vetro manualmente, e come spesso accadeva in quegli anni, anche a mani nude (oggi si usano delle pinze). Antonella ricorda benissimo le bolle e i calli sulle mani della zia. La zia lavorerà fino all’età di 75 anni. Anche Antonella “tira” le vette da sé ma con l’uso degli strumenti e riferisce che da giovane qualche volta era aiutata da Salvatore, per fare fili di vetro sottili e lunghi. La mamma Luciana non voleva che Antonella diventasse #perlera#, troppi sacrifici, ma per Antonella il richiamo del fuoco e del vetro erano troppo forti. Madre e figlia hanno lavorato per molto tempo insieme, nella stessa stanza, nelle loro rispettive postazioni. Il loro rapporto era strettissimo, Luciana ha lavorato fino alla sua scomparsa a 78 anni. La perla nella quale era specializzata è la perla a forma di doppio cono. Ogni perla a doppio cono presente in laboratorio oggi, parla di lei. Il suo banco, alla S.U.V., è ancora come lei lo aveva organizzato. In particolare, Antonella ha conservato la protezione fai da te (cotone e cartone) che la madre usava per il pollice della mano sinistra, divenuto un oggetto di affezione e carico di risonanza. Parlando del suo lavoro, Antonella ribadisce quanto nell’apprendistato sia fondamentale “stare vicino a”, osservare, guardare, provare. Tenere il #rame#, la canna, non bruciare il #rame#, non scottarsi, “devi fare amicizia con il fuoco”: non è così facile, avvicinarsi al fuoco, “l’occhio deve saper dosare e togliere e lì si comincia, poi è l’esperienza, ma è importante avere una persona di supporto all’inizio”, come la madre e la zia lo sono state per lei. Conclude dicendo: “dà senso alla propria vita: è una seduzione a cui si cede, ti lega per sempre”
La #perlera# preleva con un cucchiaio un certo quantitativo di sezioni di #canna# murrina (a sei strati, con disegno a cerchi concentrici) e li posiziona all’interno della zona di rammollimento della sua postazione di lavoro. La suddetta zona è composta da un piatto di ferro quadrangolare delimitato, dal lato più vicino alla seduta, dal cannello, il #caneo#, o Becco Bunsen: un bruciatore a gas e aria che ha precedentemente acceso. Sul lato opposto è posta una pietra refrattaria a semicerchio sulla quale ribatte la fiamma del cannello. Sugli altri due lati, vi sono, a sinistra della #perlera#, un altro pezzo di pietra refrattaria più piccola e un parallelepipedo in ferro e alla sua destra, un ulteriore pezzettino di pietra refrattaria. Tutti questi elementi concorrono a formare una sorta di arena che crea, e mantiene, una temperatura idonea entro la quale poter creare la perla (quantificabile, solo indicativamente, in ca. 800 gradi, dato che durante la lavorazione può variare). È già posizionata, sopra la pietra refrattaria più grande, una bacchetta di vetro, di colore “blu anima”. In questo modo la #canna# si scalda gradualmente per poter poi essere utilizzata, senza farle subire drastici sbalzi di temperatura. Tale #canna# è stata precedentemente composta dalla #perlera# unendo tra loro, con un tondino di rame, quattro #canne# vitree dello stesso colore e calibro. Questa azione è fatta, a sua discrezione, per avere la giusta quantità di vetro che le serve per il tipo di perla che desidera creare e per assecondare il suo consueto modus operandi. Le sezioni di murrina, poste all’interno della zona di rammollimento, nel frattempo “si cuociono”, ovvero si scaldano prima dell’utilizzo: se ancora fredde, per lo shock termico, potrebbero scoppiare. La #perlera#, seduta alla postazione dietro a un telaio di legno con vetro protettivo, lo #specio#, indossa sugli avambracci delle protezioni e sulla mano destra un guanto protettivo ignifugo. Inizia a scaldare ulteriormente la #canna#: per riscaldarla adeguatamente, e far rammollire al punto giusto il vetro, gira spesso nei due sensi la bacchetta che tiene impugnata nella mano destra con il braccio inclinato a un’angolatura di circa 60 gradi rispetto al banco. Mantiene la #canna# più verso la punta della fiamma prodotta dal cannello. A questo punto impugna con la mano sinistra un tondino di rame cavo e lo tiene vicino alla zona calda. L’estremità della #canna#, essendo composta da bacchette diverse, deve essere sciolta e ricompattata in un’unica bacchetta, per fare questo si avvale anche del piccolo piattino sopra il cannello, il #bronzin#, si appoggia e schiaccia, per modellare via via l’estremità rammollita. Entra ed esce dalla fiamma per alcune volte, e al momento giusto, inizia ad avvolgere il vetro molle intorno al tondino di rame che gira costantemente con la mano sinistra per contrastare la gravità e inizia così a creare il nucleo, l’anima, della perla. È un movimento coordinato e contrario, tra mano destra e mano sinistra, dentro alla fiamma, per avvolgere il vetro molle. A questo punto, riposta la bacchetta di vetro sulla pietra refrattaria, impugna con la mano destra una pinza modellatrice per dare la forma voluta al nucleo: un’oliva, #olivotto# (in questo caso della misura di ca. 30x26 mm). La perla è tenuta al di sopra della fiamma del cannello. Apre e chiude la pinza più volte applicando una leggera pressione mentre contemporaneamente fa ruotare su sé stesso il tondino di rame con la perla, quindi rientra nella fiamma. I tempi di ingresso e fuoriuscita della perla dal calore della fiamma sono dettati dall’esperienza, dall’abilità e dalla percezione maturata nel tempo. Nonostante il continuo roteare del tondino di rame, è necessario, a volte, durante la lavorazione, che debba intervenire con uno strumento per sistemare le estremità delle perla che possono cedere leggermente. In questo caso la #perlera# utilizza un coltello mutuato dalla cucina. Ritorna a consolidare la forma del nucleo con la pinza modellatrice e quindi inizia a comporre il mosaico che caratterizza la tipologia di perla che sta creando. Con l’uso di un attrezzo appuntito, il #tacadìn#, che era già posizionato sulla pietra refrattaria per restare in temperatura, prende una alla volta le sezioni di murrina e le appoggia all’anima incandescente della perla: inizia prima dall’estremità alla sua sinistra e procede a cerchi concentrici verso il centro. Le sezioni di murrina sono calde, “cotte” al punto giusto, e vengono messe ad incastro, #incaseae#. Le murrine in questo modo, grazie all’azione del fuoco, via via si rammolliscono e si saldano al nucleo e anche tra loro, come in un mosaico, diventando anch’esse un tutt’uno incandescente. Ogni volta che applica una sezione, solleva leggermente il tondino di rame e fa uscire la perla dalla fiamma per poi rientrare. A volte, sempre con il #tacadìn#, si sposta, in posizione più comoda, le sezioni di murrina che sono accumulate vicino alla fiamma. Dopo aver eseguito alcuni giri concentrici all’estremità sinistra della perla, ricomincia dal lato destro. Continua a ritroso verso il centro fino a che la perla è tutta ricoperta dalle murrine. A questo punto la #perlera# prende di nuovo in mano il coltello, lo bagna in una ciotola di metallo, detto #pote#, con acqua, posta alla sua destra, e inizia ad accarezzare con la lama del coltello la perla. L’immersione nell’acqua, ad ogni passaggio/carezza, serve affinché il vetro rammollito non si attacchi all’attrezzo. Lo scopo è quello di sentire, attraverso lo strumento, se ci sono degli avvallamenti tra le murrine incasellate, ed eventualmente correggerli. Ripete questa operazione alcune volte sui vari punti della perla, in alcuni casi applica una leggera pressione, in altri accarezza avanti e indietro un punto lisciando mentre contemporaneamente gira il tondino di rame facendo sempre ruotare la perla. Compiuta questa operazione procede con un ulteriore passaggio con la pinza modellatrice, ma questa volta applica pochissima pressione, non la chiude completamente, appoggia leggermente la perla su una delle due parti dello stampo a forma di oliva, continuando a far roteare la perla. Dà un’ultima sistemata alle estremità e un ultimo passaggio con la pinza. A questo punto posiziona la perla, continuandola a muovere, sopra una bocchetta d’aria posta sul banco alla sua sinistra. La bocchetta è parzialmente chiusa da un bullone, per mitigare la quantità di aria che fuoriesce, e fa raffreddare leggermente per qualche secondo la perla sopra al soffio d’aria. Questa azione è fondamentale prima di inserirla a raffreddare completamente. Senza questo passaggio sull’aria per il tempo necessario, stabilito ad occhio dalla #perlera#, la vermiculite granulosa presente nel contenitore di raffreddamento finale si potrebbe attaccare alla perla troppo calda. Raffreddata quel tanto che basta all’aria, la inserisce definitivamente nel contenitore con il materiale ignifugo, la #scoassera#, dove si raffredderà progressivamente per diverse ore. Una volta raffreddata, la perla rivelerà i suoi colori e decori definitivi che fino a questo momento sono sfalsati dal calore. Verrà poi tagliato il tondino di rame eccedente e la perla subirà un trattamento all’acido nitrico, che non intacca il vetro, per sciogliere la piccola parte di rame che corre lungo il nucleo e liberare così il foro
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Tecnica di lavorazione perla di vetro millefiori o mosaico